Mi chiamo Delvin Nosakhare Ekhator e sono un immigrato nigeriano di 26 anni.
Sono uno stilista e vivo a Roma dal 2016, dove ho studiato Moda all’Accademia Costume e Moda, grazie a una borsa di studio completa dell’Accademia e al supporto di molte persone e organizzazioni.
Di Delvin

Quando hai capito che volevi lavorare nella moda?
Per me la moda non è stata una scelta, ma più una necessità. Sono entrato nel mondo della moda, più o meno, da quando avevo 13 anni, anche se non sapevo come etichettarla.
Mia madre era una sarta e ha sempre voluto fare vestiti, ma ha dovuto rinunciare a quel sogno per sposarsi presto. C’era sempre gioia e soddisfazione nei suoi occhi ogni volta che un cliente le faceva i complimenti per il suo lavoro ed era sempre così bello vedere quanto fosse appassionata. Crescendo, ho sempre amato giocare con la sua macchina da cucire e in più occasioni l’ho anche rovinata. Quindi è stata una decisione facile per me, una volta arrivato il momento di iniziare a lavorare.
Dopo la morte di mio padre, io e i miei fratelli abbiamo dovuto abbandonare la scuola perché non riuscivamo a coprire le tasse scolastiche. Io ho scelto di dedicarmi alla sartoria, mestiere che stavo imparando prima di lasciare la Nigeria. E, nel corso degli anni, la moda è diventata una via di fuga per me e le mie macchine da cucire sono state le mie migliori amiche.
Come ti sei avvicinato, nello specifico, al fashion design?
Quando sono arrivato in Italia, mentirei se dicessi che sapevo già che avrei finito per occuparmi di moda. Anche se era la mia passione, la mentalità e le voci che mi circondavano non erano molto positive.
Dopo mesi trascorsi nel centro immigrazione in Libia, dove l’unica cosa nella mia mente era svegliarmi per vedere un altro giorno, mi è stata regalata una macchina da cucire e quella è stata la rinascita del mio viaggio nella moda.
Così, ho rapidamente iniziato a cucire di nuovo e a fare riparazioni nel centro immigrazione. E con i pochi soldi che guadagnavo ho ottenuto tessuti molto economici per realizzare abiti facili per me e mio fratello, con cui sono arrivato in Italia.
Una volta in Italia, ho conosciuto Michelle Müller di Libreria Libri Necessari, a cui devo tanto, la quale ha creduto nel mio talento durante la creazione di un mio curriculum per la ricerca del lavoro, e mi ha consigliato di seguire dei corsi con lei e la fotografa Giulia Salvatore. È grazie al loro aiuto che sono riuscito a organizzare la mia prima sfilata di moda a Roma, evento che mi ha poi portato a ricevere più inviti per collaborazioni, come quella con Roma Multimedia (Giorno del Migrante).
Ad oggi, ho partecipato in totale a cinque sfilate di moda con il mio marchio di moda, Nosa Collezione, e queste opportunità mi hanno portato da Caterina Pecchioli che mi ha invitato per un workshop (Black&White the migrant trend), dove la mia curiosità per la moda è cresciuta ancora di più grazie alle masterclass. Il workshop che ho frequentato in quel contesto mi ha permesso di conoscere numerose altre persone che mi hanno supportato nel mio percorso, come Clara Tosi Pamphili e Alessio De’Navasques di Artigiana Intelligence, e mi ha portato a incontrare per la prima volta il presidente dell’Accademia di Costume e Moda di Roma, Lupo Lanzara.
Insomma, posso dire che la curiosità e la voglia di mettersi in gioco hanno avuto un ruolo importante nel mio arrivare fin qui, ma credo che questo fosse il mio destino fin dall’inizio.

Quali sono gli elementi della tua cultura di origine che non possono mancare nelle tue creazioni?
Direi sicuramente le IVIE, le perline tradizionali di Benin City Edo State in Nigeria, per il patrimonio di conoscenze e responsabilità che richiede realizzarle, il rispetto e l’orgoglio che donano a chi le indossa.
Parlaci del processo creativo dietro i modelli di Nosa Collezione: come nasce uno dei tuoi capi?
Quando ho avviato Nosa Collezione nel 2018, il mio processo creativo si basava principalmente sul divertimento di creare e cucire vestiti, ma anche sulla necessità di essere l’unico sarto nel campo e di poter aiutare i miei amici e altri immigrati nei centri d’immigrazione a modificare i loro pantaloni e vestiti.
Il mio brand è nato di conseguenza: mi è sempre piaciuta l’idea di poter combinare due culture diverse e volevo sperimentare con tessuti e design, come creare una giacca con un tessuto wax, o creare un abito tradizionale nigeriano con tessuti europei.
Ma dopo aver avuto il privilegio di studiare moda all’Accademia e aver imparato l’importanza della narrazione, della comunicazione e della storia della moda e dell’arte, il mio processo si è evoluto così tanto che i vestiti in sé sono diventati secondari per me, mettendo in primo piano, piuttosto, l’aspetto della narrazione e della comunicazione.
Ora vedo la moda come uno strumento di comunicazione che posso sfruttare non solo per esprimere la mia anima e le mie idee, ma anche come creazione di contenuti educativi e, cosa più importante, di resistenza politica.

Qual è, per te, il più grande traguardo raggiunto finora?
Sebbene la mia vita finora sia piena di tante benedizioni e momenti incredibili, quello che considero il mio più grande risultato, per ora, è stato riuscire a uscire da questo circolo di bugie in cui il mio cervello e la società hanno relegato me e molti miei compagni immigrati per tanto tempo: l’idea che non si possa perseguire una carriera da stilisti in Italia perché siamo immigrati.
Sono consapevole di essere stato, e di essere ancora, molto fortunato e privilegiato per aver incontrato tutte le persone incredibili che mi hanno sostenuto nel mio percorso, ma dubito che mi avrebbero trovato se non mi fossi spinto oltre i miei limiti attraverso il duro lavoro e i sacrifici, prendendo alcuni stupidi rischi lungo il cammino che alla fine hanno dato i loro frutti.
Quindi sì, il mio traguardo più grande è proprio essere riuscito a cambiare mentalità e aver conosciuto la moda a 360 gradi, anche grazie all’esperienza quotidiana che ho condiviso con i miei compagni di classe durante gli studi, che non hanno mai mancato di farmi sentire visto e vivo.
Ti è mai capitato di subire discriminazioni per le tue origini durante gli studi o nell’ambito lavorativo? Se sì, come hai deciso di affrontare la situazione?
Fortunatamente, durante l’Accademia, non ho subito niente del genere. Anzi, l’intera Accademia come percorso ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita, non solo per formarmi come designer, ma ancora di più come essere umano. Le persone che ho incontrato studiando mi hanno dato speranza e mi hanno mostrato tanto amore.
Prima di approdare in Accademia, però, ho sperimentato qualche ostilità nei vari lavori che ho fatto, come, per esempio, le reazioni negative dei clienti mentre lavoravo come venditore porta a porta per un’azienda di distribuzione energetica. In questi casi, la mia unica risposta è stata cercare di sorridere e comportarmi in modo professionale – e devo dire che in molti casi sono stato difeso anche dai miei colleghi.

Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere una carriera nel fashion design in Italia?
L’Italia è la patria della moda, quindi direi a chiunque voglia intraprendere questa carriera che è già nel posto giusto.
A chi ha paura di cominciare dico: qui tutti amano la moda, e il tipo di moda che vuoi creare deciderà quante possibilità potrai raggiungere. In ogni caso, non c’è niente di male nel provare. Goditi il processo sempre un po’ di più dei risultati. Sii coraggioso e sii disposto a correre anche dei rischi.
Ultima domanda, ormai di rito a ColorY*: come vedere l’Italia nel 2030?
Guardando i miei compagni di classe e le persone della mia età o più giovani, nutro tante speranze. Vedo i progressi che ci sono stati in questi ultimi nove anni, da quando sono arrivato a Roma, e tutto questo mi fa sperare che la situazione possa solo migliorare in futuro, quindi incrocio le dita.
Ringraziamenti
Come ultima cosa ci tengo ancora a ringraziare tutte le persone e le organizzazioni che hanno contribuito alla mia formazioni in questi anni: Lupo Lanzara (Presidente dell’Accademia Costume e Moda), Furio Franchini (CEO Accademia Costume e Moda), Black&White the migrant trend (Caterina Pecchioli) Agata Smeralda (Mauro Barsi) Emanuele A. Lauro (CEO Scorpio Tankers limited) Clara Tosi Pamphili, Alessio De’Navasques, Luigi Mulas, Santo Costanzo, Sara Maino, Marina Spadafora.