Sono nata 26 anni fa e mi chiamo Alda. Il mio progetto musicale è ciò che dà senso e direzione alla mia esistenza, perciò lo considero un progetto di vita. Scrivo per ragioni molteplici: oggi per una, domani per un’altra, e a volte se ne aggiungono di nuove, ma ciò che in fondo le accomuna credo sia il desiderio di conoscermi a fondo.
Di ALDA

Raccontaci com’è iniziata: quando hai capito di voler fare musica?
Scrivo da quando ne ho memoria. Da bambina scrivevo nei diari per non dimenticare e per rifugiarmi in uno spazio che mi dava sicurezza. La musica è arrivata in adolescenza, probabilmente in una fase della vita in cui si sono aggiunti il desiderio e il bisogno di essere ascoltata. La scrittura mi aiuta da sempre a sviluppare una maggiore consapevolezza di me stessa.
Noi, come molte altre persone, ti abbiamo conosciuta con la tua esibizione al concerto del Primo Maggio 2024. Come hai vissuto questa esperienza? Pensi che abbia cambiato davvero qualcosa per la tua carriera?
Condividere le mie parole ed essere presente sul palco del Primo Maggio è stato arricchente come lo sono tutte le esperienze che si vivono con intenzione e non con automatismo. Ho un forte desiderio di crescita personale, perciò quando riesco ad individuare tutto ciò che porta una persona ad evolversi amo nutrirlo.
Nel tuo ultimo EP, parli di margini reali e figurati: com’è stato accolto dal tuo pubblico? Qual è il brano a cui ti senti più legata? Come mai?
Ogni traccia è una traccia che lascio, perciò non saprei dire quale sia il brano del disco a cui tengo di più. Forse “STAI ZITTA” e “MERCOLEDÌ” sono quelle che farei ascoltare per prime se qualcuno me lo chiedesse.
In “MERCOLEDÌ”, infatti, come in tutti i tuoi testi, non hai paura di parlare del tuo dolore e di quello di una generazione intera. In che modo scrivere ti aiuta “ad andare fino allo scheletro” dei tuoi problemi?
Scrivere può essere un processo di auto-esplorazione molto efficace.
Durante la scrittura di “MERCOLEDÌ” mi sono lasciata guidare dalle emozioni che volevano in quel momento aiutarmi ad approfondire un dolore, ed è stato totalizzante. È bellissimo quando questo accade, perché dopo uno sfogo così intenso si attiva una fase riflessiva. È in questo senso che scrivere può aiutare in modo significativo ad esplorare le nostre parti più profonde.

Il genere che hai scelto, il rap, è ancora dominato soprattutto da uomini, eppure ci sono nuove voci che hanno molto da raccontare. Tu come vivi l’ambiente del rap italiano? Ti è mai capitato di sentirti “sottovalutata” per via del genere?
È la cultura che oggettifica e marginalizza il genere femminile, perciò non è un problema che riguarda esclusivamente il rap.
È triste da dire, ma non mi stupisce essere sottovalutata a priori da qualcuno in quanto donna, perché sono consapevole di quanto sia radicato questo tumore nella società. Mi fanno cagare la maggior parte dei “rapper”, perché c’è un’omologazione del pensiero e del linguaggio che si è infiltrata anche in questo genere.
Non sei un rapper se non sai fare altro che abusare di un linguaggio standardizzato e stereotipato, ma sei solo un’altra persona che non ha nulla da dire, nulla da dare e nulla da aggiungere. Il rap è altro.

A cosa stai lavorando adesso? Puoi farci uno spoiler?
Sto chiudendo il mio nuovo disco.
Ultimamente ti abbiamo sentita in alcuni feat con i Casino Royale. Quale collaborazione sogni in futuro?
Delle collaborazioni mi piace quando succedono perché c’è qualcosa che lega due o più persone, perciò al momento non saprei rispondere.
Ultima domanda, ormai di rito da ColorY*: come vedi l’Italia nel 2030?
Spero di non vederla più fascista.