Il diritto a migrare è sotto attacco anche in Europa

Scritto da Sara Tanveer

Il diritto a migrare in Italia, come in Europa, è sotto attacco da decenni. Quella che sembrava essere una risposta umanitaria a chi scappava da guerre, persecuzioni e povertà è oggi un sistema di deterrenza, criminalizzazione e respingimenti, che viola i diritti umani delle persone migranti. E l’Unione Europea, che dovrebbe proteggere i valori democratici e i diritti fondamentali, favorisce, invece, misure aggressive per impedire l’arrivo di migranti e richiedenti asilo.

Come siamo arrivati a questo punto e quali le conseguenze di un sistema che considera gli esseri umani una minaccia da eliminare?

Per capire la situazione attuale, dobbiamo fare un passo indietro: negli anni ’90, quando iniziarono gli sbarchi di massa dall’Albania, l’Italia si trovò a gestire un fenomeno migratorio inaspettato.

La legge Martelli del 1990 cercò di regolamentare l’ingresso e la permanenza dellɜ cittadinɜ extracomunitariɜ nel territorio italiano, eliminando la limitazione geografica per le richieste d’asilo. Da quel momento, le persone provenienti da ogni parte del mondo potevano cercare protezione in Italia, non solo chi fuggiva da conflitti in Europa. Questo sembrò un passo avanti, un riconoscimento del diritto universale a cercare rifugio.

I primi centri di trattenimento per stranierɜ furono introdotti nel 1998, dando origine ai futuri CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) e ai CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio). Fin dall’inizio venne messa in atto una distinzione netta tra migranti “regolari” e “irregolari”, che avrebbe segnato il destino di migliaia di persone.

La situazione italiana negli anni 2000

Photo Source: Repubblica | Protesta Cpr di via Corelli a Milano, 30 settembre 2020

Gli anni duemila hanno visto un’accelerazione di questa deriva repressiva. La legge Bossi-Fini del 2002 ha inasprito le pene e legato il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, rendendo le persone migranti estremamente vulnerabili allo sfruttamento e obbligando molte di loro ad accettare condizioni lavorative e di vita sempre più dure e precarie.

I governi di centrosinistra hanno contribuito a questo inasprimento. Il decreto Minniti-Orlando, firmato dai democratici, ha introdotto i CPR, denunciati da anni come centri di detenzione da organizzazioni per i diritti umani.

Dal 2018, con i governi Salvini e Meloni, il sistema di accoglienza è stato ulteriormente frammentato e le richieste d’asilo negate hanno raggiunto livelli record. L’ultimo capitolo è l’esternalizzazione: i CPR non sono più solo in Italia, ma vengono delocalizzati in Albania, in una sorta di esternalizzazione della detenzione che richiama pratiche coloniali.

Photo Source: Corriere | CPR di Gjader, Albania

La vita di chi migra in Italia oggi

A inizio 2024, le persone straniere residenti in Italia erano oltre 5 milioni, quasi il 9% della popolazione totale, ma cosa succede a chi vorrebbe raggiungerle o cercare protezione nel nostro Paese?

Gli arrivi via mare si sono dimezzati, presentati come un successo dai governi, ma la situazione è ben più oscura, con accordi con Paesi terzi (Libia, Tunisia, Turchia) per impedire le partenze, spesso con metodi violenti. Intanto i dinieghi delle richieste d’asilo sono aumentati vertiginosamente, raggiungendo il 63% nel 2024.

Photo Source: Refugees in Libya | Centro di detenzione a Tobruk, Libia

Il sistema si modernizza con procedure digitali, controlli biometrici per i visti nazionali e un centro di detenzione in Albania, ma tutto questo serve solo a rendere più efficiente la macchina del rifiuto. Per il 2025 sono stati autorizzati appena 181.450 nuovi ingressi regolari, un numero irrisorio rispetto alla domanda globale e alle necessità del mercato del lavoro italiano.

Se vogliamo capire davvero quanto sia diventato difficile migrare legalmente, basta guardare i dati sui visti Schengen. Nel 2023, l’area Schengen ha respinto un visto su sei – il 16% a livello globale. L’Africa registra il 27% di rifiuti, il doppio rispetto all’Asia. Paesi come le Comore vedono rifiutato il 61,3% delle richieste, il Pakistan il 49,6%. Non è solo una questione burocratica: dietro questi numeri ci sono vite spezzate, famiglie divise, opportunità negate.

E l’Unione Europea, nel frattempo, incassa milioni di euro dalle tasse pagate per queste domande respinte. Un business del diniego che arricchisce le casse pubbliche mentre nega la libertà di movimento.

Il ruolo delle “politiche identitarie”

I rifiuti sono influenzati da fattori che vanno ben oltre la valutazione individuale delle richieste: l’identity politics delle destre europee, le sanzioni contro gli Stati che non cooperano sui rimpatri forzati, pregiudizi sistemici contro determinate nazionalità. Il risultato è un sistema che discrimina per provenienza geografica, rendendo il diritto a visitare l’Europa un privilegio per poche persone.

I dati sono inequivocabili: ottenere un visto Schengen è sempre più difficile. Le nuove norme rendono tutto ancora più difficile: i tempi di ricorso sono stati ridotti a soli 7 giorni – un tempo assolutamente insufficiente per chi deve trovare assistenza legale, spesso senza conoscere la lingua. È stato eliminato l’obbligo di preavviso di rigetto, togliendo alle persone la possibilità di prepararsi adeguatamente. L’uso obbligatorio dei dati biometrici trasforma ogni richiedente in un soggetto da schedare e controllare.

L’accesso alla protezione internazionale è diventato un percorso a ostacoli burocratici sempre più restrittivo e repressivo, progettato più per scoraggiare che per valutare le richieste.

Di fronte a questo muro, cosa possono fare gli oltre 122 milioni di sfollatɜ nel mondo? Per moltɜ, l’immigrazione irregolare diventa l’unica via percorribile – non per scelta, ma per necessità.

La Convenzione di Ginevra del 1951, uno dei pilastri del diritto internazionale, stabilisce il principio di non respingimento: nessuno può essere rimandato in un luogo dove rischia persecuzione, tortura o morte. Eppure, questo principio viene sistematicamente violato in Europa.

L’UE ha ampliato la lista dei cosiddetti “Paesi sicuri”, ignorando le evidenze di persecuzioni e torture in molti di questi Stati. Vengono favoriti i “return hub” esterni, come quelli albanesi, per aggirare le tutele minime previste dalla legge europea.

In Grecia e Bulgaria, pratiche ancora più brutali sono diventate sistemiche: percosse, abbandono in zone di confine, ritiro illegale di documenti e vestiti, e, soprattutto, l’assoluta impunità per gli agenti coinvolti. Questi respingimenti violenti sono documentati da centinaia di testimonianze, ma raramente portano a conseguenze per chi li perpetra.

In questo contesto, avviene una trasformazione pericolosa: chi migra non è più considerato un soggetto che esercita un diritto inalienabile, ma un oggetto criminale da estirpare. La migrazione stessa diventa una minaccia per la sicurezza nazionale da contrastare con la forza.

Agenzie europee come Frontex collaborano attivamente con Paesi come la Libia e la Tunisia, ben noti per essere luoghi di tortura e sfruttamento sistematico delle persone migranti. Il calo degli arrivi irregolari del 38% nel 2024 viene presentato come un successo, ma questo “successo” è costruito sulla sofferenza di migliaia di persone bloccate in condizioni disumane o morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

La deterrenza violenta funziona, ma a quale prezzo umano? Il caso brutale dell’ICE negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti si sta intensificando un fenomeno simile, se non peggiore, a quello che si sta verificando in Europa. L’agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement) ha ricevuto il via libera per una campagna di arresti e deportazioni senza precedenti.

Gli accordi con Paesi come l’Uganda come “hub di ritorno” verso Paesi terzi ricordano l’esternalizzazione europea. L’obiettivo dichiarato è agghiacciante: 3.000 arresti al giorno e oltre un milione di deportazioni nel biennio 2025-2026.

Le pratiche sono disumane: raid familiari che separano genitori e figli, detenzioni indefinite senza processo, esecuzioni sommarie in custodia. Queste azioni mettono a repentaglio la sicurezza di tutta la popolazione, anche dellɜ cittadinɜ statunitensi o residenti legali.

Dall’inizio del 2026, l’agenzia ICE ha ucciso 9 persone, cittadinɜ statunitensi, inclusi casi come quelli di Renee Good e Alex Pretti.

Trump ha incolpato le vittime, affermando che fossero “in stato confusionale” e che non avessero “collaborato”. Ma le immagini rilasciate raccontano tutt’altra storia: mostrano una donna disarmata che viene uccisa mentre osserva le forze dell’ordine.

Quando il vicepresidente JD Vance ha garantito “immunità assoluta” agli agenti responsabili, sono scoppiate oltre mille proteste in tutto il Paese. Il messaggio è chiaro: chi difende i diritti delle persone migranti può essere eliminato senza conseguenze.

Ma perché questo accanimento contro chi sta solo cercando una vita migliore? 

La risposta risiede in una contraddizione fondamentale del sistema economico occidentale, ben descritta dal concetto di “capitalismo razziale”.

Il capitalismo razziale e il lavoro di chi migra

Le persone migrano per migliorare le proprie condizioni di vita, trovare un rifugio sicuro e un lavoro stabile. Questo bisogno umano viene però sfruttato in modo cinico e sistematico dalle dinamiche capitaliste.

Milioni di persone lasciano le proprie terre spinte da guerre e catastrofi climatiche, spesso causate proprio dalle politiche dei Paesi ricchi. Ma quando arrivano, si trovano di fronte a un sistema che le vuole e le respinge allo stesso tempo.

Nei campi agricoli, nelle case come badanti e colf, nei magazzini della logistica: una forza lavoro invisibile che genera una ricchezza enorme. 

In Italia, il 20% del PIL proviene dal lavoro dellɜ migranti, spesso sottopagatɜ e senza diritti. Si tratta di un lavoro essenziale, ma considerato “non qualificato” per giustificare salari da fame, in settori che crollerebbero senza lo sfruttamento di chi migra.

Questa manodopera, razzializzata e precarizzata, viene confinata in nicchie “sacrificabili”: questi gruppi sono i primi a essere licenziati in caso di crisi, vivono in condizioni precarie e non possono rivendicare i propri diritti per paura di perdere il permesso di soggiorno.

E quando la crisi passa o quando servono dei capri espiatori per le frustrazioni sociali? Ecco che arrivano i respingimenti violenti, i visti negati, i raid e le deportazioni. Gli stessi Paesi che dipendono strutturalmente dal loro lavoro trattano lɜ migranti come una minaccia esistenziale.

Si tratta di un sistema che mantiene delle riserve di manodopera da attivare in base alle necessità economiche, senza mai concedere la piena cittadinanza o uguali diritti. Finché non metteremo in discussione questa logica, continueremo a vedere il Mediterraneo trasformarsi in un cimitero e i centri di permanenza per i rimpatri funzionare come luoghi di tortura. E quando tutto il mondo sembra dimenticarlo, è bene ribadire ancora una volta che il diritto a migrare non è un privilegio da concedere, ma un diritto umano fondamentale.

Bibliografia:

  • Obasuyi, O.Q.D. (2025). Lo sfruttamento della razza. Le nuove gerarchie della segregazione. Bologna : DeriveApprodi 

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