Ciao! Mi chiamo Yahya, ho 23 anni, sono nato e cresciuto a Roma, italomarocchino, ma oggi vivo a Parigi. Nove anni fa la mia famiglia ha deciso di trasferirsi a Lille, nel nord della Francia, a causa dell’instabilità economica in Italia. Per questo motivo ho frequentato il liceo e l’università in Francia.
Dopo 5 anni d’ingegneria in Matematica Applicata a Parigi, mi sono laureato in Grande École (percorso di studi prestigioso francese) e oggi sono un consulente in strategia e management per una grande azienda francese. E allo stesso tempo, influencer su TikTok e Instagram!
Di Yahya

Questa rubrica si chiama GEN 2 ed è dedicata a tutte le persone con una storia di migrazione nella loro famiglia. Cosa significa per te essere GEN 2? Com’è stato per te crescere prima in Italia e poi in Francia?
Essere GEN 2 per me è una fortuna che ho imparato a valorizzare piano piano con il tempo.
Essere figlio di immigrati è un onore, perché sono il sogno dei miei genitori, sono il frutto del loro coraggio e voglia di trovare un futuro migliore. Ovviamente, non è sempre stato facile accettare di essere GEN 2. Nessuno ci spiega che è una ricchezza socio culturale e che è un passo avanti rispetto agli altri.
Poi, sono diventato io stesso immigrato, con la partenza in Francia.
È stato molto difficile accettare questo cambiamento, e mi ha fatto capire ancora di più il coraggio e la forza dei miei genitori nel lasciare il loro paese. Pur essendo in Europa, a un paio di ore di aereo, la società francese è molto diversa da quella italiana, adattarmi e trovare il mio posto è stata una grande sfida, soprattutto per il fatto che io non volevo perdere né la mia italianità né la mia storia e cultura marocchina. Quindi ho dovuto trovare una soluzione per crescere con tre lingue, tre storie, tre culture, tre mondi, tre modi di fare.
Hai mai subito episodi espliciti di razzismo in entrambi i Paesi in cui hai vissuto?
Forse è stata fortuna o ingenuità, ma non sono stato mai vittima di razzismo in Italia. Perché per me il razzismo è qualcosa di sistemico, di storico, è un processo e un meccanismo definito.
Però, quando ci penso, ho sicuramente vissuto discriminazioni verbali per la mia religione e per le mie origini, anche da amici. Ma spesso sono discriminazioni che vengono da pura ignoranza (e di ignoranza in Italia ce n’è tanta…), e quindi mi è bastato spesso parlare, spiegare e creare un dialogo per correggere dei comportamenti che non accetto più. Poi c’è da dire che Roma è pur sempre una capitale, e questo aiuta parecchio rispetto al vivere in un piccolo paese di provincia. A Roma ero italiano senza problemi, tanto bastava che aprissi bocca per sentire il mio accento.
Una volta arrivato in Francia, ho scoperto il razzismo, razzismo come io l’ho definito prima. Ho scoperto un grande problema nel sistema, il semplice fatto di chiamarmi Yahya, di avere la pelle più scura, di essere musulmano, mi ha creato svantaggi in praticamente tutto: studi, tirocini, trovare un appartamento, per strada, controlli della polizia ecc. Quando dicevo di essere italiano, per alcuni suonava come una barzelletta. Poi arrivato in Francia, con uno schiaffo della realtà, mi sono reso conto che per certi sono solo marocchino.
Si dice spesso che la Francia sia più aperta culturalmente, anche per via del suo passato coloniale. Puoi confermarci che sia così, rispetto all’Italia?
La Francia popolare ovviamente è ricchissima culturalmente, per via di questo passato coloniale, decine di nazionalità vivono insieme, ci sono terze generazioni di immigrati. È molto bello.
Ma la Francia delle grandi città, la Francia dei ricchi, la Francia dei dirigenti, non è assolutamente così. Io, sono un’eccezione in questo mondo, il che rende spesso le cose molto complicate. Però questo non vuol dire che l’Italia popolare non sia aperta culturalmente: se in Italia non abbiamo questa storia coloniale, la ricchezza regionale italiana ha creato una certa tolleranza per quel che è diverso. A Roma, per esempio, ci sono napoletani, calabresi, siciliani ecc. e questo penso che abbia permesso una certa apertura culturale nell’Italia popolare.

Come ti trovi a vivere in Francia in questo determinato momento contesto socio-politico?
Come dire, è dura. Un po’ un inferno.
La politica francese è sempre più di estrema destra, ma in un sistema politico molto più efficace di quello italiano, il che fa più paura. Come dico qui in Francia, Giorgia Meloni non mi fa paura, Marine Le Pen mi fa paura. Quindi c’è tanta ansia, e si sente proprio nelle strade. Quando torno a Roma mi sembra di respirare.
Nei tuoi video racconti la tua vita da studente in Francia, i tuoi successi e le tue riflessioni. Cosa ti piace di più della tua vita oggi? E cosa ti manca invece dell’Italia?
Della mia vita di oggi, sono super grato delle opportunità che mi arrivano tutti i giorni, in questa Parigi, città delle luci, città del successo. Mi sono battuto per ogni step del mio percorso, di cui sono fiero, e quindi sono molto contento di come sto raccogliendo piano piano i miei frutti, ma anche i frutti dei sacrifici dei miei genitori. Però, come racconto, mi manca Roma tutti i giorni: mi mancano gli amici che sono riuscito a tenermi, mi manca la vita all’italiana (una vita più lenta e più cool), mi manca il caldo.
Che rapporto hai con la cultura di origine della tua famiglia? Quali sono gli stereotipi che bisogna assolutamente smontare sul Marocco?
Ho avuto la fortuna di crescere con dei genitori che non hanno mai voluto sacrificare la mia storia, le mie origini, la mia lingua, per “l’integrazione”. Quindi ho un bellissimo rapporto con la cultura marocchina: parlo il darija – arabo parlato in Marocco – perfettamente, conosco la storia del Marocco, sono fiero dell’arte marocchina, mangio e cucino marocchino, ne parlo con i miei amici, sui miei social, fa parte integrante del mio essere. Il Marocco, grazie ai social, sta diventando sempre più famoso, e quindi tante persone mi fanno tante domande.
Parlando di stereotipi, invece, uno sicuramente da smontare è quello sullo sviluppo. Il Marocco si sta sviluppando tecnologicamente e in tanti altri ambiti socio-industriali, diventando leader africano, partner importante dell’Europa e delle potenze mondiali. Il Marocco non è solo deserto (da visitare assolutamente), ma è anche un Paese che sta andando molto forte.
Raccontaci di più sul tuo percorso di studi: come hai scelto questa strada?
Chi mi conosce lo sa, ho sempre amato la matematica. Volevo studiare matematica all’università, se devo essere sincero. Ma poi ho scoperto questo percorso di studi elitistico francese, Les Grandes Écoles, e ho deciso di accettare la challenge: mi sono allora ritrovato a fare questo percorso di 5 anni per diventare Ingegnere di Grande École (Grande Scuola), riconosciutissimo in Francia e con selezioni difficili. È stato un modo per dimostrare a me stesso che il cambiamento di vita deciso dai miei ne valeva la pena. Volevo rendere fieri i miei genitori, e rendere fiero me stesso. Ho finito pochi mesi fa, e confermo, sono fiero di me stesso. E poi ingegneria è un ambito stimolante con tutte le novità tecnologiche del mondo di oggi, la mia scommessa aveva un senso.

Che consiglio daresti a chi, come te, si ritrova a dover costruire la sua vita all’estero?
Non cancellare mai il tuo passato per poterti confondere con la massa.
Fa il contrario. Valorizza la tua storia e sii speciale. Come dice mia madre “se non sei il primo a rispettarti, a rispettare la tua storia e i tuoi valori, non puoi pretendere che gli altri ti rispettino”.
Quindi sì, testa alta, e quando provano a sminuirti perché sei “straniero”, rispondi “sono fiero di essere straniero, quante lingue parli? Una? Due? Sorry, non facciamo parte dello stesso campionato”
Cosa auguri alle prossime generazioni di persone con background migratorio?
Auguro alle prossime generazioni di non pensare più che devono fare una scelta, qui o là, questa nazionalità o quest’altra? Auguro che fin da piccoli, i bambini possano vivere a pieno tutte le loro culture, a scuola, nei campetti, per strada.
Ultima domanda: come ti vedi tra cinque anni? Ci sono progetti o sogni nel cassetto? Facci uno spoiler!
Allora, tra cinque anni spero di essere diventato un vero e proprio influencer con veri progetti. Ho un paio di idee di libri (pure in italiano), di documentari, e penso che il mondo dei social può aiutarmi a raccontare queste storie. Per ora piano piano sto crescendo, le mie prime collaborazioni e i primi inviti a grandi eventi.
Sogni? Biennale di Venezia, Festival del Cinema di Roma, Fashion Week di Parigi e Milano; partecipare a dei film; realizzare i sogni dei miei genitori. Sì sogno tanto, ma per me è importante.
Come dico sempre “shoot for the stars”, cioè “punta alle stelle”.