Ciao a tuttə! Mi chiamo Valentina, ho 30 anni e mi piace definirmi italo-dominicana.
I miei amici dicono che non so stare ferma (ironia della sorte, visto che di base sono pigra). Però è vero: faccio sempre moltissime cose contemporaneamente e ho una valanga di passioni, tra cui l’arte, il cinema, la musica e tutto ciò che riguarda l’inclusività.
Di Valentina

Quando è ora di presentarti cosa ti piace raccontare di te?
Di solito, quando mi presento, preferisco ascoltare più che parlare.
Le persone, solitamente, notano subito la mia empatia (e quel tocco di ironia che ci sta sempre bene). Quando invece inizio a raccontarmi, mi piace parlare di inclusività, non in maniera rigida o “bacchettona”, ma cercando di capire se chi ho davanti ha una mentalità aperta. Se non lo dovesse essere, provo con gentilezza a lanciare qualche spunto nuovo e ad aprire un confronto sulle tematiche in cui la pensiamo diversamente.
Il nome di questa rubrica è “GEN2”, sai cosa significa? Ti identifichi in questo termine?
Certo che so cosa significa! Le persone di seconda generazione sono tutte quelle persone che sono nate nel Paese di migrazione di uno o di entrambi i loro genitori oppure che vi si sono trasferite in tenera età.
Io mi rivedo appieno in questo termine perché nonostante sia nata in Italia, da padre italiano, sono cresciuta permeata dalla cultura natale di mia madre ed è una cosa di cui vado estremamente fiera.
Sei italo-dominicana e hai vissuto tra la cultura italiana e quella dominicana. Com’è stato crescere in questo mix culturale? Ti è mai capitato di affrontare una “crisi di identità culturale”?
Crescere tra la cultura italiana e quella dominicana è stata un’esperienza unica. Sono due culture molto diverse, ma allo stesso tempo estremamente simili.
La famiglia di mio padre è napoletana e, anche se lui è nato al nord, ha ereditato moltissimo della sua cultura di origine (senza contare che ha vissuto a Napoli per qualche periodo da giovane). Questo mi ha aiutato a notare i punti in comune tra le due culture, come l’amore per la musica, la convivialità, l’ospitalità e, naturalmente, la cultura del cibo, vissuto come momento di condivisione e occasione per stare insieme alle persone care.
Mia madre, invece, incarna completamente la cultura della sua amata isola. Quando è arrivata in Italia, nel 1989, non ha avuto difficoltà ad ambientarsi nella frenetica Milano (credo che il suo carattere da donna Scorpione ci abbia messo del suo!).
Lo shock culturale più grande per lei, però, è stato dover crescere me, la sua prima figlia, in un contesto diverso. Lei proviene da un’educazione severa e, quando vedeva le altre mamme concedere libertà ai propri figli che per lei erano inconcepibili, non sapeva come affrontarlo.
Ovviamente, da adolescente questa cosa mi ha fatto soffrire molto, ma crescendo ho capito che, in un certo senso, è stato un bene che sia stata così severa e fedele ai principi dell’educazione dominicana. Oggi mi rendo conto che alcune cose che mi sembrano eccessive derivano dall’avere avuto contatti con una cultura diversa dalla sua e dal fatto che lei sia cresciuta in un periodo storico diverso dal mio.
Non ho mai avuto una vera e propria crisi di identità culturale, anzi, ho avuto la fortuna di vivere qualche anno a Santo Domingo e di conoscere meglio quel lato della mia cultura. Ecco perché sono fiera di sentirmi italo-dominicana.
Tuttavia, è capitato che le persone mi facessero sentire come se non appartenessi interamente a nessuna delle due culture. Un episodio che ricordo è stato ad una festa: mentre ballavo una bachata con mia mamma, una ragazza dominicana mi ha detto “Cavolo, balli bene per essere italiana.” Potrà sembrare una banalità, ma quel commento mi ha profondamente ferita.
Un’altra cosa che mi ha particolarmente segnata sono gli episodi di razzismo che ho subito durante l’infanzia. Infatti, tutti i tratti distintivi delle mie origini dominicane mi mettevano nel mirino dei bulli. Non conto le volte in cui sono stata chiamata ne*ra e sono stata derisa per i miei bellissimi capelli ricci.
Ora che sono adulta, sono fiera di essere una donna mulatta dai capelli lunghi e ricci, ma non nego che ci sono voluti anni prima che potessi arrivare a questo punto.

C’è un luogo comune sulle culture della tua famiglia che proprio non sopporti? E quali aspetti positivi di queste culture ti porti sempre dentro?
Purtroppo, i luoghi comuni su entrambe le mie culture d’origine sono molto simili.
Spesso chi ha origini napoletane viene etichettato come truffaldino e poco affidabile, considerato chiassoso e maleducato. Lo stesso vale per chiunque provenga dall’America Latina.
La verità è che questi luoghi comuni nascono da persone che non si sono mai davvero impegnate a conoscere queste culture e che si lasciano influenzare da ciò che raccontano i media o sentono nelle chiacchiere di quartiere.
Ciò che mi porto dentro dal mio mix culturale sono sicuramente i valori che entrambi i miei genitori mi hanno insegnato, a prescindere dalle loro divergenze culturali. Tra questi ci sono il rispetto, l’educazione, la generosità, la determinazione e, perché no, il non prendersi troppo sul serio e voler vivere la vita appieno, con leggerezza, ma mantenendo sempre la testa sulle spalle.
Abbiamo visto sul tuo profilo Instagram che hai studiato “Comunicazione e Multimedialità”. Perché hai scelto questo campo? Cosa pensi del modo in cui giornali e media parlano di persone razzializzate e comunità marginalizzate?
Il mio percorso accademico è stato lungo e travagliato.
Dopo aver conseguito la maturità alberghiera, ho deciso di iscrivermi a un corso di laurea triennale in Arti, Design e Spettacolo, spinta dalla mia passione per l’arte in tutte le sue forme, che tuttavia non ho portarlo a termine perché non riuscivo a conciliare lavoro e studio (avevo un lavoro full-time nel mondo della ristorazione).
Circa un anno dopo aver rinunciato agli studi, ho iniziato a lavorare a un progetto social che trattava temi di inclusività, con un focus particolare sulla comunità LGBTQIA+ ed è stato allora che mi sono avvicinata al mondo dei social media e ho deciso che volevo farne il mio lavoro.
C’era solo un problema: il mercato richiede sempre di più professionisti nel mondo della comunicazione con una laurea, ed è per questo motivo che ho deciso di iscrivermi a un corso di laurea triennale presso un’università telematica.
Ciliegina sulla torta: nello stesso periodo ho ricevuto una promozione al lavoro. Infatti, in quel periodo, lavoravo come agente customer care per un noto brand food, e l’azienda ha deciso di promuovermi a marketing specialist (insomma, l’universo mi stava chiaramente facendo capire che quella fosse la mia strada!).
Fatta questa premessa, credo che i media italiani abbiano un enorme lavoro da fare per quanto riguarda la narrazione delle persone razzializzate e di seconda generazione, ma prima ancora, dovrebbero cambiare il modo in cui parlano delle persone che provengono da un altro Paese.
Faccio il più banale degli esempi: quando in Italia viene raccontato un crimine commesso da una persona straniera, i media sentono la necessità di specificare la sua nazionalità, come se fosse un’aggravante del crimine commesso. Se si tratta invece di una persona italiana e bianca, non solo non si specifica la nazionalità, ma nove volte su dieci si cerca sempre di raccontare la storia in modo da trovare un capro espiatorio, per “redimere” la persona in questione. Per non parlare del fatto che se chi ha commesso il crimine è un uomo, allora parte subito la narrazione del “bravo ragazzo che ha solo commesso un errore nella vita”.

Come parlano della tua comunità?
Ad oggi, la narrazione che si fa della comunità latina è nettamente migliorata, ma semplicemente perché ora il nemico comune da demonizzare non è più “il latino” che fa parte di qualche gang, ma la persona afrodiscendente che commette dei crimini ed è ingrata nei confronti del Paese che la ospita.
Questa è una narrazione costante nel nostro Paese: cambia la nazionalità contro la quale ci si scaglia, ma lo schema rimane lo stesso. Prima erano le persone rumene o albanesi, poi siamo stati noi latini e ora sono le persone che arrivano dal continente africano, affrontando indicibili atrocità e trovandosi incastrate in un Paese che non offre loro la possibilità di potersi inserire nel tessuto sociale efficacemente e che le etichetta automaticamente come “criminali”.
Su questo faccio un importante specifica: non sto dicendo che non ci siano persone straniere che delinquono, sto semplicemente evidenziando il fatto che, purtroppo, in Italia c’è la tendenza a demonizzare determinate categorie di persone.

Ultima domanda, come ti vedi tra 5 anni? Ci sono progetti o sogni nel cassetto? Facci uno spoiler!
Tra cinque anni mi vedo sicuramente felice, e questa per me è la cosa più importante!
Al di là di questo, spero di essere riuscita a trasformare i miei profili social e a utilizzarli per raccontare alle persone chi sono e, soprattutto, per fare divulgazione sui temi dell’inclusività. Vorrei farlo, però, senza salire in cattedra, ma parlando la lingua del cosiddetto “gianfranco basico”, che semplicemente non si interessa a questi argomenti e ha bisogno di ricevere i giusti spunti di riflessione.
Mi piacerebbe farlo anche se so benissimo che moltissime persone là fuori non hanno la minima intenzione di aprirsi a questi temi. Tuttavia, per esperienza personale, ho conosciuto tantissime persone che avevano solo bisogno di una spiegazione su determinati argomenti per cambiare prospettiva. Pertanto, sono molto fiduciosa nel dire che se si scendesse dalla cattedra e si parlasse più “potabile”, sarebbe più facile arrivare a quelle persone che pensiamo non possano interessarsi a questi concetti.