Gen 2: Noah Hong

Mi chiamo Noah Hong, ho 27 anni e sono nato e cresciuto a Roma da genitori originari della Corea del Sud. La mia lingua madre è il coreano, lavoro nell’ambito dell’hotellerie da ormai più di due anni, e non appena terminati gli studi universitari mi sono trasferito in Germania, per proseguire la mia carriera al di fuori della mia comfort zone. Oltre al mio attuale impiego, sono da anni uno street photographer per passione.

Di Noah Hong

Raccontaci qualcosa su di te!

Come accennavo, adoro la fotografia perché tramite essa si possono raccontare infiniti episodi, e con il post editing riesco a mettere in risalto i pensieri e sentimenti del momento. Dunque, ritengo sia uno strumento vulnerabile, che permette alle altre persone di dare una propria interpretazione a riguardo, proprio come accade con un dipinto. 

Sono anche un grande appassionato di lingue, in quanto adoro quella sensazione di sorprendere e rendere felici gli altri, facendoli sentire a proprio agio mentre parlo la loro lingua. Spesso vengo definito come un poliglotta. Riesco a comunicare e pensare in più lingue in base al contesto in cui mi trovo, ed essendo stato cresciuto multilingue sin dalla nascita, il continuo fare avanti e indietro tra diversi Paesi mi risulta più che ovvio.

Il nome di questa rubrica è “GEN2”. Sai cosa significa? Ti riconosci in questa definizione?

Sì, è un’espressione che conosco fin troppo bene. Con “GEN2” ci si riferisce a tutte le persone nate e cresciute in un Paese o territorio differente da quelli dei propri genitori, e che, di conseguenza, sono suscettibili alla diversità di lingue e culture. 

Giustamente, anche io sono parte integrante di questa definizione: essendo “geneticamente ed esteticamente” differente nell’aspetto fisico, è un termine che tuttora sento sulla mia pelle, e non posso farne a meno.

Come descriveresti la tua vita da Third Culture Kid in Italia? Ti è mai capitato di subire razzismo più o meno esplicito crescendo?

La mia vita da TCK (acronimo di Third Culture Kid) devo dire che non è stata affatto facile.

A dire il vero, l’ho trovata in gran parte tormentata, però allo stesso tempo sono del parere che non ci sia nulla di cui pentirmi. Per me è stato come un continuo viavai tra due mondi, i quali non hanno nulla a che fare tra loro. Quando sono a casa, il coreano è sempre l’unica lingua in circolazione, e quando esco fuori, è come portar fuori un alter ego: nuova lingua da utilizzare, nuova mentalità e cultura a cui doversi adattare. Però a tutto ci si abitua. 

Il razzismo? È un mio acerrimo nemico, con cui ho dovuto avere a che fare sin dal primo giorno della mia vita. Che sia implicito o esplicito, se uno è “diverso” a livello estetico rispetto alla massa che lo circonda, è un fenomeno purtroppo inevitabile. 

Nessuno ce lo impone, ma almeno una volta si diventa vittima, perché il mondo rimane quello che è, nonostante si stia aprendo sempre di più. Il mio primo episodio di razzismo risale alle elementari, dove i miei compagni di classe mi avevano preso banalmente per ‘cinese’, facendomi battute inerenti. Addirittura, per altri puzzavo, senza neanche una ragione concreta. 

Ripensandoci, sarà che mi hanno preso di mira per il fatto di essere una persona molto timida, che ha fatto fatica ad aprirsi con i compagni e che non riusciva a comunicare bene in italiano. In ogni caso, penso che non si debba avere paura e, soprattutto, non si debba mai abbassare la guardia. Anche a questo, con il passare del tempo, si fa l’abitudine. Dopo tutto, siamo tutti persone.

Quali sono le domande che ti danno più fastidio sulle tue origini?

A questa domanda, onestamente, non saprei come rispondere, dato che quando ero più piccolo solamente un numero ridotto di persone conosceva la Corea del Sud come Paese. 

Sicuramente ho ricevuto una marea di domande “stereotipate e razziste”, in cui venivo spesso scambiato per una persona cinese: mi è stato chiesto se anche io “mangiassi cani, gatti e insetti”, se riuscissi a “vedere per bene”, avendo gli occhi a mandorla, se i miei genitori gestissero un negozio di casalinghi (o, come si suol dire in gergo, un “negozio dei cinesi”). Erano domande davvero umilianti per un Noah ancora bambino e ingenuo.

Ora che le cose sono cambiate in maniera netta, grazie al boom del K-pop e della K-Culture, devo dire che sono molto soddisfatto, specialmente quando mi viene chiesto se ho origini coreane. 

Cosa apprezzi di più, invece, della cultura di origine della tua famiglia?

Della cultura coreana, adoro la cortesia, il rispetto e l’attenzione che si pone nei confronti delle altre persone, ed evidentemente il tutto è diventato una grossa parte della mia personalità. 

In Corea esiste la concezione del “nunchi” (눈치), ossia l’arte della percezione e della sensibilità verso l’altro, che si manifesta tramite il buonsenso e la massima diligenza, senza mai trascurare la circostanza nella quale ci si trova. Essendo cresciuto con dei genitori coreani, “avere il nunchi” è stata una cosa più che fondamentale da imparare. Nel mio caso, mi ha fatto sentire una persona in qualche modo matura, che ragiona secondo un’ottica diversa. 

Ci sono stereotipi sulle persone coreane in cui ti riconosci? E invece, quali sono quelli più infondati?

“Ascolti i BTS, Straykids e le aespa? Ti piacciono i drama? Sei bravo anche tu a giocare a League of Legends e PUBG? È vero che siete ossessionati alla skin care?”

Se sei coreano, sono le domande che ti vengono poste sempre. In tutta sincerità, mi suonano come se qualcuno chiedesse ad un italiano medio se davvero mangia tutti i giorni la pizza e se passa il tempo a suonare il mandolino. 

Io faccio fatica a riconoscermi seconde queste “guidelines” del cosiddetto “coreano per eccellenza”. Anche le persone coreane sono diverse tra loro e hanno interessi di ogni tipo.

Non sono un fan del K-pop, ma sono un grande appassionato della letteratura coreana. Se proprio devo scegliere uno stereotipo in cui mi riconosco, è forse il mindset del “prendersi cura di sé”. Sotto questo punto di vista, anch’io faccio attenzione a cosa indosso, indipendentemente dal contesto. Certo, non sarò mai uno “stilista” come molti altri coreani, né tantomeno come mia sorella, per esempio, che si veste molto bene. Talvolta, però, riesco a fare colpo anch’io. Una volta cresciuti, ed essendo soprattutto una persona che vive immersa nella società, credo che avere un po’ di stile serva per essere riconosciuti. Beh, anche qui il nunchi non manca mai. 

Invece, una caratteristica della cultura coreana che a me francamente suona alquanto infondata è la cultura del fare le cose in maniera rapida. Penso ai numerosi rimproveri dei miei genitori per il fatto di essere lento… anche se vorrei negarlo, ho sviluppato anche io questo lato coreano, il che mi rende una persona frettolosa e impaziente, soprattutto se ho a che fare con il lavoro e la burocrazia.

Per molte persone di nuova generazione la parola “integrazione” è diventata un termine spinoso, che in Italia presuppone spesso il dover cancellare o abbandonare le caratteristiche della propria cultura di origine per riuscire a “diventare davvero italianǝ”. Tu cosa ne pensi? Hai vissuto sulla tua pelle questo tipo di pressioni?

Sono del parere che la volontà di “integrarsi” sia soggettiva: ci sono determinate persone che, per abitudine, scelgono di stare maggiormente con la comunità di origine, ed è una cosa comunque tra le comunità asiatiche, coreana inclusa.

Allo stesso tempo è un tema assai delicato e per niente banale da trattare, specialmente per tutti coloro che sono cresciuti tra culture diverse o multiple rispetto a quella del Paese ospitante. Rispondendo alla domanda, devo ammettere che inizialmente mi sono sentito esclusivamente coreano anziché italiano, al di là del fatto che io parlassi entrambe le lingue fluentemente. 

La ragione per me era alquanto semplice e ovvia: sono esteticamente diverso, ed è ovvio che le persone mi vedano e mi considerino come tale. È un dato di fatto. Pertanto, non ho sentito alcun bisogno di essere sotto pressione. Credo che questa mia deduzione sia stata fortemente influenzata dall’educazione che io e mia sorella abbiamo ricevuto dai nostri genitori: a casa il coreano è l’unica lingua in vigore. 

Al contrario, ho notato che a subire maggiormente la pressione a “integrarsi” sono stati di più gli amici di origini romene e moldave, conosciuti durante i miei anni scolastici: alcuni di loro provavano imbarazzo nel mostrare la propria identità, mascherando la lingua madre e la cultura di provenienza, fino ad arrivare al punto di odiarle. 

Da un lato è anche comprensibile avere una reazione del genere, specie se si proviene da un Paese che viene considerato “povero” o “problematico” dalla maggioranza, però crescere in un ambito multiculturale è qualcosa di unico e non scontato. 

In coreano, una persona come me viene chiamata “gyopo” (교포) o “dongpo” (동포), ossia un termine, a mio parere elegante, che ingloba i GEN2, i TCK e persino i MCK (Multi Cultural Kid). In quanto gyopo, mi sento senza dubbio fedele alle mie origini, ma allo stesso tempo c’è una parte di me che mi fa sentire di essere culturalmente italiano. 

Purtroppo, è un dilemma perenne poter rispondere alle domande “Di dove sono? Chi sono? Dov’è la mia casa?”. Anzi, credo che non valga neanche la pena starci dietro. Bisogna essere fieri delle nostre origini di provenienza, e allo stesso tempo del Paese in cui si è cresciuti. 

L’integrazione è soggettiva e viene da sé. Nel mio caso, mi sento italiano quando sto con gli italiani, e coreano quando sto invece con i coreani, ma non nascondo di aver fatto tanta fatica ad arrivare a questo punto, perché è come vivere sotto due identità diverse. 

Quali sono, secondo te, le sfide più grandi che le nuove generazioni di italianǝ dovranno affrontare per cambiare il nostro Paese?

Il nostro compito di “nuove generazioni di italianǝ” è indubbiamente quello di divulgare la diversità e la vulnerabilità che la nostra società è destinata ad affrontare. 

Viviamo in un universo altamente globalizzato, dove è diventato veramente difficile distinguere la nazionalità dall’aspetto estetico, come si era soliti un tempo. Lo dico per esperienza personale e continuo a viverlo ogni giorno, lavorando attualmente nell’hotellerie. È veramente comune vedere un ospite di origine evidentemente asiatica o africana che presenti un documento europeo, nordamericano oppure australiano. Immaginatevi la reazione delle altre persone quando sono io a tirar fuori il documento italiano mentre sono in viaggio. È una sfida difficile da affrontare, perché saper accettare la diversità senza pregiudizi è totalmente un’altra storia. 

Il mio personale desiderio è dunque di rendere il nostro mondo sempre più variegato, aperto alla multiculturalità, all’evoluzione sociale, dove tutti siano liberi di godere degli stessi diritti, senza creare alcuna forma di discriminazione. Più siamo diversi di aspetto, più regaliamo altre sfumature al nostro mondo, il che ci rende delle persone uniche e fantastiche. 

Ultima domanda: come ti vedi tra cinque anni? Ci sono progetti o sogni nel cassetto? Facci uno spoiler!

Bella domanda. A livello di carriera, la mia ambizione mi sprona a raggiungere la cima dell’ambito lavorativo in cui lavoro attualmente: vorrei diventare un general manager, e aprire un hotel a mio nome. 

Ad ogni modo, sono soddisfatto della mia vita attuale in Germania, perché ci sono esperienze e cose che si possono apprendere e colmare solamente quando usciti dal guscio familiare. Ma rimanere qui per il resto della mia vita? Non saprei. 

Sono una persona molto avida, che non vuole smettere mai di conoscere e sperimentare cose nuove ed insolite. Tra cinque anni forse mi vedrò in un altro Paese ancora. O almeno, è questo il mio obiettivo. Allo stesso tempo ho alcuni progetti che voglio finalmente portare alla realizzazione: proseguire la mia passione da fotografo, consolidare le mie conoscenze nell’ambito ed aprire un’esposizione fotografica (chissà se riuscirò ad aprire un mio studio fotografico); diventare un iperpoliglotta (con l’obiettivo di parlare 10 lingue fluentemente e “a livello accademico” entro i miei 30 anni), e mi piacerebbe anche girare contenuti digitali per YouTube e altre piattaforme su tematiche inerenti alle lingue. 
Non mi lamento affatto della mia posizione corrente, dato che è un traguardo ottenuto dopo anni di sforzi e sacrifici, senza escludere un periodo in cui ho avuto a che fare con la depressione. Ora sono solamente desideroso di esprimere chi sono attraverso i miei valori, i progetti e i sogni a cui vorrei dare vita.

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