Gen 2: Marina Misaghinejad

Mi chiamo Marina, ho un cognome considerato dai più “difficile”, sono nata a Ferrara, ma vivo da molti anni a Bologna, dove ho costruito la mia rete di affetti e la mia comunità. Lavoro nell’ambito dell’accoglienza per persone migranti e parallelamente mi occupo di sensibilizzazione su temi quali femminismo e islamofobia attraverso l’attivismo. Da un paio d’anni partecipo in un gruppo di autocoscienza transfemminista dedicato alla condivisione e alla riscoperta di sé, che in questo momento sta rappresentando un’importante fonte di ispirazione e di arricchimento personale.

Di Marina Misaghinejad

Il nome di questa rubrica è “GEN2”, sai cosa significa? Ti identifichi in questo termine?

Sì, conosco il significato di “GEN2” anche se mi ci riconosco solo in parte. Mi considero più che altro meticcia: mio padre è iraniano, mia madre è italiana. Sono nata qui, ho il privilegio di avere la cittadinanza italiana, ma identificarmi anche solo parzialmente in questi termini, ovvero quello della “seconda generazione”, è un modo per ricordare a me stessa chi sono e da dove proviene una parte importante e fondante della mia storia.

Quando hai iniziato a percepire che la tua storia personale poteva essere diversa da quella di altrɜ coetaneɜ che non avevano un background migratorio in famiglia? Come ti sei sentita?

L’ho percepito fin da piccolissima. 

L’Iran è sempre stata una presenza-assenza abbastanza “imponente” nella nostra famiglia, non solo per le radici di mio padre, ma anche perché è un luogo di non ritorno, lontano e forzatamente inaccessibile. Questo ha creato un senso costante di nostalgia e appartenenza sospesa, più che di diversità. 

Quindi non mi sono mai sentita “diversa” in senso stretto, semmai incompresa, perché intorno a me non c’erano esperienze simili con cui confrontarmi. Crescere senza un accesso diretto a una parte della propria storia significa anche imparare presto a muoversi tra identità (meticce appunto, parziali, frammentate) che il contesto sociale fatica a riconoscere pienamente.

C’è un elemento della cultura di tuo padre a cui sei particolarmente affezionata? E della cultura italiana/emiliana?

Per me è sempre stata speciale la compenetrazione tra le due “tradizioni”, soprattutto in cucina: mia madre italiana (biondissima e con gli occhi azzurri) che prepara il chelo kebab e il riso con tahdig alla perfezione, e mio padre che chiude i tortellini come una vera sfoglina. 

Questa fusione di culture mi ha sempre fatta sentire orgogliosa e parte di qualcosa di unico. Ora sono vegetariana, quindi niente più kebab e tortellini, ma il valore di questa commistione resta.

Della cultura di mio padre amo profondamente la letteratura (Forugh Farrokhzad è una delle mie poetesse preferite), il cinema di Kiarostami e Panahi e la musica (Marzieh). 

Un altro aspetto che trovo prezioso è il rapporto con la danza: a differenza degli uomini occidentali, gli iraniani di tutte le età non perdono occasione per ballare tutti insieme, un’espressione di gioia collettiva che per me ha sempre avuto un significato speciale. 

Quali sono le frasi più “scomode” che ti sei sentita dire riguardo l’Iran o le persone iraniane? Come rispondi di solito?

Ammetto che frasi per così dire “inopportune” sono state più frequenti quando ero piccola, soprattutto dopo il 2001. Spesso mi sentivo dire “siete tutti tal3bani” o cose simili. In quel periodo non avevo reazioni forti, se non una rabbia che col tempo si è trasformata in un impegno concreto fatto di riflessione e attivismo. 

Queste affermazioni, pur essendo dannose, hanno avuto il merito di spingermi a lottare e a studiare, a volerne sapere di più. Sono diventate il motore dei miei ideali, alimentando la mia voglia di impegnarmi in prima persona. Quindi, grazie a chi ha cercato di mettermi in difficoltà: siete riusciti solo a farmi arrabbiare, ma ora eccomi qui, pronta a darvi fastidio finché avrò voce!

In cosa è diversa, secondo te, la diaspora iraniana della generazione di tuo padre da altre diaspore? Tu come vivi oggi questo allontanamento forzato? 

Questa è una domanda complessa e, sinceramente, fatico a creare una gerarchia tra diaspore, come se una fosse più legittima nel dolore di un’altra. 

Ciò su cui rifletto molto, soprattutto considerando situazioni come quelle in Palestina o in Sudan, è che l’Iran ha una storia complessa, “speciale” e fortemente contraddittoria. Da un lato rappresenta il nemico per eccellenza, la dittatura oppressiva che incarna tutti i mali, dall’altro, in alcuni ambienti, gli iraniani godono di un certo privilegio perché considerati “un tempo occidentali, mentre ora non lo sono più”. 

C’è una sorta di riconoscimento perverso in cui se sei simile o sei stato simile all’idea di occidentale e di “moderno” sembri più meritevole di altri rifugiati, in quanto meno diverso, più vicino e riconoscibile. Questo è uno degli aspetti che detesto dell’approccio occidentale alla questione iraniana, specie quando questa viene strumentalizzata dai media. Il terrore da un lato, il pietismo dall’altro.

Detto ciò, è innegabile che vivo questo esilio forzato con una sofferenza che va oltre le parole. Ogni giorno cerco di andare avanti, di vivere la mia vita con normalità cercando di non farmi sopraffare da questo pensiero, ma non poter visitare il luogo che rappresenta metà di chi sono è una ferita che non guarisce e non guarirà mai. È una realtà politica e personale che mi accompagna costantemente, ricordandomi che esistere come “altro” non è solo una condizione esterna, ma una lacerazione interna profonda, difficile da rimarginare.

Per quanto studiare e divulgare su determinati temi non debba essere un “obbligo” per le persone razzializzate, spesso le nostre esperienze ci spingono ad esporci maggiormente. Tu pensi che il rapporto con le tue origini ti abbia indirizzata nella scelta degli studi e del tuo lavoro attuale?

Come accennavo prima, il rapporto con le mie origini ha influito profondamente sulle scelte che ho fatto nella vita, sia professionali che personali. 

Mi ha spinta a diventare più consapevole e, da un lato, a sviluppare una certa diffidenza, dall’altro a ricostruire una certa fiducia verso quegli spazi in grado di trattare temi come la discriminazione e l’islamofobia in modo serio e non superficiale. Non mi sento una persona razzializzata in senso stretto, ma sicuramente vivo la sensazione di isolamento che il mondo mediorientale e arabo sta affrontando, un isolamento che si riflette nel mancato riconoscimento della nostra identità e della ricchezza della nostra storia.

Molto spesso, la narrazione dominante tende a ignorare le radici e l’origine di tantissime esperienze, come se tutto fosse nato in Europa o negli Stati Uniti. Per me fare attivismo su certi temi significa anche voler rivedere e rimescolare la storia, nel tentativo di dare voce a chi è stato silenziato dalla narrazione ufficiale. È un modo – non solo mio, figuriamoci, ma degli studi di questo genere – per ridare forza alle esperienze di chi è stato sistematicamente e funzionalmente emarginato.

Da antropologa, come cambieresti il concetto italiano di “integrazione”?

Trovo che il concetto di “integrazione” sia estremamente problematico. Personalmente non amo nemmeno termini come “inclusione” o “convivenza” poiché implicano un’idea di separazione, una visione gerarchica in cui qualcuno è “incluso” in un sistema preesistente, come se fosse una sorta di favore. Questi concetti suggeriscono una forma di tolleranza che nasconde una certa relazione di potere in cui le differenze sono qualcosa da “gestire”.

Credo che dovremmo iniziare a parlare di “fare spazio”, perché fare spazio significa riconoscere che l’altro non è un’entità separata, ma la parte di un insieme che arricchisce proprio attraverso la sua diversità. Questo vale per la provenienza, per le questioni di genere, di classe, di disabilità. Dobbiamo creare luoghi e occasioni in cui non ci limitiamo solo ad ascoltare (perché, a dire il vero, tutti questi discorsi sull’ascolto attivo hanno finito per stancarmi), ma diventiamo veri amplificatori di ciò che non conosciamo, di ciò che viene troppo spesso etichettato come “altro” o “strano” e riconoscerlo come una parte di noi. Spoiler: lo è già.

Nel contesto italiano, con oltre cinque milioni di stranieri residenti, la domanda è: come possiamo continuare a parlare di “minoranza” e “inclusione” quando siamo già uno Stato profondamente meticcio? Dovremmo riconoscere questa realtà senza continuare a trattare le diversità come un’eccezione da gestire. Mi sembra che la vera sfida sia questa: smettere di vedere l’altro come una minoranza da integrare, e cominciare a concepirlo come una parte fondamentale e arricchente di una nuova identità collettiva.

Ultima domanda: come ti vedi tra 5 anni? Ci sono progetti o sogni nel cassetto? Facci uno spoiler!

Bella domanda! 

Tra cinque anni voglio vedermi più radicale di oggi. Mi immagino (o meglio mi sogno!) in una società senza lavoro, finalmente libera di dedicarmi alle uniche due cose che davvero mi appassionano: i libri e le piante. Niente più scocciature capitaliste! Ma, realisticamente, sarò ancora qui, più arrabbiata di prima, a fare il lavoro che comunque amo, circondata dalla comunità che mi sono faticosamente costruita, ancora nella città che considero il mio luogo sicuro (o forse dovrei chiamarla “la mia bolla”). E chissà, forse avrò anche imparato a non uccidere tutte le mie piante!

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