Ciao! Sono Keven, ho 20 anni, sono nato e cresciuto in diversi Paesi, tra cui Spagna e Cina per un breve periodo di tempo, per arrivare infine definitivamente in Italia. Oggi vivo tra l’Italia e l’Asia, parlo italiano, cinese, inglese e coreano, e sto ancora perfezionando anche il mio spagnolo.
Di Keven

Quando ti chiedono “da dove vieni” cosa rispondi?
Non dò mai una risposta fissa, varia in base al Paese in cui mi trovo.
In Italia dico che ho origini cinesi, mentre in Cina dico spesso che sono italiano perché sono fiero di esserlo (avendo anche la cittadinanza italiana). Nonostante tutto quello che succede all’interno del nostro Paese, al di fuori è un Paese visto molto bene.
Si tratta di una domanda che sorprendentemente mi viene fatta da qualsiasi tipo di nazionalità: in Italia, i cinesi mi chiedono spesso se sono “di sangue misto” perché a parer loro sembro molto coreano, ed è una cosa che in realtà mi è capitato di sentirmi dire sia in Cina che in Corea.
In Cina, invece, mi dicono che potrei venire dalle parti di Xinjiang, una regione autonoma cinese dove hanno molti tratti somatici tipici di etnie estere, essendo di confine con il Kirghizistan.
La verità è che entrambi i miei genitori sono cinesi! Non ho mai controllato se i miei antenati avessero altri tipi di origini etniche.
C’è una caratteristica della cultura di origine della tua famiglia che proprio non sopporti?
Una cosa che non mi piace della cultura cinese è che non si rispettano i turni o le file.
So che può sembrare strano a primo impatto, per come vengono viste le persone cinesi in Italia, ma in Cina questo non succede: in moltissimi posti non si rispettano le file e si superano le persone senza dire nulla. Per me, invece, è molto importante l’ordine, cosa che ho ritrovato in altri Paesi asiatici e anche in Italia, dove ognuno deve rispettare il proprio turno. Alla fine, anche in Cina, ho imparato a conviverci.
Sappiamo che sei un nomade digitale e stai condividendo le tue avventure sui tuoi canali social. Come hai iniziato a viaggiare? Quali sono i vantaggi di lavorare spostandosi?
Ho iniziato a viaggiare intorno agli inizi del 2023, dopo aver avviato la mia attività mentre andavo ancora a scuola di digital marketing.
Dopo cinque mesi, il mio progetto aveva iniziato a dare i primi risultati e, ancora incredulo, vengo invitato a partecipare a un evento a Fuerteventura, occasione in cui ho finalmente avuto modo di riprendere un aereo dopo tredici anni. Per anni, infatti, non avevo avuto modo di viaggiare o fare vacanze a causa dei problemi economici della mia famiglia.
In quel momento si è accesa una fiamma dentro di me e non ho più smesso di viaggiare, tanto che per tutto il 2023 ho fatto almeno un viaggio al mese all’interno dell’Europa.
Diciamo che lavorare viaggiando mi permette di avere sempre e comunque stimoli nuovi: nulla diventa noioso e sono sempre motivato a impegnarmi di più per potermi permettere nuove esperienze. Allo stesso tempo, è un’opportunità per conoscere persone in gamba in giro per il mondo e anche per la creazione di contenuti continua, per accrescere il proprio personal brand.

Raccontaci la situazione più assurda che hai vissuto in uno dei posti che hai visitato.
Di situazioni pazze sicuramente ce ne sono parecchie, ma una delle situazioni più particolari mi è capitata in Giappone. Io e le persone che erano con me siamo stati esclusi da alcuni locali perché indossavamo le Crocs e la situazione ci ha obbligato a rimanere fuori e aspettare le cinque di mattina per prendere la prima metro, essendo i taxi troppo costosi per tornare a casa dalla zona in cui ci trovavamo.
Come hai vissuto il fatto di perseguire una carriera “non canonica”? Come hanno visto questa scelta le persone intorno a te?
Essendo cresciuto guardando molti YouTuber italiani che stavano creando un nuovo tipo di lavoro e seguendo costantemente anche imprenditori americani, percorrere questo tipo di carriera mi è sempre sembrato ovvio, nonostante non mi aspettassi di fare proprio questo nella vita.
Non nego di aver pensato almeno una volta di voler fare un lavoro tradizionale per tutta la vita, ma, generalizzando, semplicemente non ero più abituato allo stile di “lavoro tradizionale”.
Sicuramente le persone vicino a me non l’hanno presa molto bene all’inizio, ma lavoravo già come cameriere e venivo pagato anche molto bene per essere stato assunto part-time e il fatto che andassi ancora a scuola, mi ha aiutato tantissimo a evitare le urla quotidiane da parte di mia mamma.
Allo stesso modo, però, nessuno dei miei parenti credeva in quello che stavo creando e in quello che stavo cercando di costruire. Mi hanno sempre dato del “pazzo”, pensavano fossi uno scansafatiche dato che fin da piccolo ho sempre odiato leggere libri, ma siccome erano sempre troppo impegnati a lavoro non hanno mai saputo che io negli studi andavo molto bene, tuttora non ci credono, dato che in fondo mi piace essere sottovalutato e non ho mai voluto mostrare loro i miei voti.
Mentre per quanto riguarda i miei amici, loro non ci hanno creduto troppo all’inizio, ma si sono sempre fidati della mia voglia di fare, infatti adesso mi stimano molto per il lavoro che faccio e per quanto mi impegno. Insomma, percepisco il loro sostegno, ma non molto quello di mia mamma purtroppo.
Paradossalmente ho capito di star facendo un buon lavoro quando ho iniziato a sentire l’invidia da parte di vecchie conoscenze, che mi hanno persino accusato di essermi comprato i follower.
Hai mai vissuto episodi di razzismo al di fuori dell’Italia? È stato diverso rispetto all’esperienza che hai avuto crescendo qui?
Il razzismo al di fuori dell’Italia l’ho subito solo una volta, mentre ero in Corea, a Seoul.
Era il mio ultimo giorno lì e ho capito che il razzismo è uguale in tutti i Paesi. Penso che i comportamenti razzisti e gli insulti siano gli stessi.
Chiaramente, essendo purtroppo abituato al razzismo diffuso in Italia ed essendo cresciuto in mezzo al razzismo, avvenimenti del genere non mi toccano granché, anche se devo dire di essere rimasto stupito dal comportamento di questa signora coreana.
Quella volta non ho subito nulla di “fisico”, a differenza di quello che capita in Italia, e che è capitato nei confronti delle persone cinesi soprattutto nel periodo del Covid.

Cosa ne pensi, invece, del modo in cui altrɜ nomadɜ digitali tendono a dipingere i Paesi in cui viaggiano, spesso focalizzandosi solo sui lati “aesthetic” di questi Paesi, banalizzando e descrivendo in modo superficiale le usanze della popolazione locale? Ci sono gli estremi per parlare di appropriazione culturale?
In realtà, non sono troppo al corrente di come gli altri digital nomads descrivano i Paesi in cui viaggiano, ma sono contento che mostrino i lati positivi di un Paese. Sicuramente a volte possono ingigantire la cosa, ma penso sia normale: quando un Paese ti piace molto non puoi parlarne male, e penso che tutti quanti siamo a conoscenza del fatto che nessun Paese è perfetto.
Io sono dell’idea che è meglio mostrare le cose positive che negative di qualcosa, non sono troppo amante del “trovare del marcio in tutto” come spesso accade invece nei commenti di alcuni video.
Per quanto riguarda il parlare in modo superficiale di una cultura, finchè non si ritrovano insulti o una divulgazione di informazioni fasulle a me personalmente non dà fastidio, sono dell’idea che ognuno debba avere la possibilità di parlare di qualsiasi argomento a modo suo, altrimenti, se iniziamo ad aver paura di esprimere le nostre opinioni per paura di cosa ne pensano gli altri, non andiamo da nessuna parte.
In generale, sono dell’idea che si debba iniziare ad avere più tolleranza, chiaramente senza mancare di rispetto a nessuno e a nessuna cultura.
C’è qualcosa che cambieresti del tuo passato? E del presente?
Del mio passato non cambierei nulla, perché penso che tutto quello che ho fatto in passato mi ha portato a essere ciò che sono oggi, o almeno questo è la risposta che do essendo a conoscenza che non si può cambiare il passato.
Se invece ci fosse la possibilità, sicuramente avrei voluto stringere un rapporto più stretto con i miei genitori e non un semplice legame genitore-figlio.
Quando ci siamo trasferiti in Italia, i miei avevano divorziato e ho dovuto vivere solo con mia mamma, che era sempre troppo impegnata nel lavoro per potermi insegnare il cinese, oltre a molte altre cose che un genitore dovrebbe insegnare al proprio figlio.
Ad oggi non possiamo parlare di cose troppo intime e non possiamo aprirci l’uno con l’altra sui problemi che ho passato o che sto passando. So che dovrebbe essere il genitore ad approcciare per primo i figli, essendo stato io troppo piccolo per capire al tempo, ma avrei voluto prevederlo e parlare per primo a loro.
So che attualmente potrei farlo. Ci ho provato più volte e, oltre all’imbarazzo, non vengo visto come una persona, ma solo come come un figlio, un bambino che ha solo bisogno di consigli pratici invece che di comprensione e di dialogo.
Con mio papà è diverso, non essendo cresciuti insieme mi ha incontrato quando ero diventato già una persona “piuttosto matura per la mia età”, quindi tendiamo a parlare di argomenti più profondi, nonostante sia ancora difficile. So che con il passare del tempo migliorerà, ma a volte sarebbe bello poter avere il supporto dei propri genitori.
Del presente non modificherei nulla, sono consapevole che se voglio modificare una cosa posso già farlo, o magari la sto già cambiando, ma i cambiamenti richiedono tempo.
Ultima domanda: come ti vedi tra cinque anni? Ci sono progetti o sogni nel cassetto? Facci uno spoiler…
Tra cinque anni mi vedo molto più libero di adesso, finanziariamente indipendente e avrò già donato questa libertà anche ai miei genitori: voglio farli viaggiare di più e sono sicuro che tra cinque anni, grazie al duro lavoro che sto facendo, lo potranno fare.
Oltre a questo, voglio cantare. Tra cinque anni voglio creare il mio studio, senza l’obiettivo di guadagnare, ma sicuramente quello di essere conosciuto, voglio poter ispirare le persone facendo ciò che più mi stimola fare (canto già da sei anni, ma questo non l’ho mai raccontato a nessuno).
In generale, voglio sicuramente creare uno spazio dove le persone con obiettivi grandi possano iniziare a concretizzare quello che hanno in testa, e poter avere un impatto positivo sul mondo.
“I sogni possono realizzarsi davvero”, è questo il messaggio che voglio diffondere, e sono sicuro che avere persone più positive in questo mondo possa portare più felicità.