Ciao! Mi chiamo Hélio Gomes de Carvalho Neto, ma sul web mi conoscono come “ehliogomme” (uno storpiamento del mio nome e cognome fatto da un mio amico anni fa). Sono brasiliano, ma probabilmente lo avete già capito dal mio cognome. Sono nato nel 1996 e sono in Italia dal 2009.
Da qualche anno lavoro attivamente full time come filmmaker e fotografo, spaziando tra tour in giro per gli States e in Europa, lavori per brand e contenuti miei.
Di Hélio

Questa rubrica si chiama GEN 2 ed è dedicata a tutte le persone con una storia di migrazione nella loro famiglia. Cosa significa per te essere GEN 2? Che rapporto hai con le tue origini?
Durante la mia infanzia in Brasile, ho cambiato città un paio di volte, quindi, quando mi è capitato di dovermi trasferire in Italia, il fatto di traslocare, dover fare nuove amicizie e “ripartire” da zero, non mi spaventava più di tanto. Aver trascorso l’adolescenza in Italia mi ha sicuramente aperto tantissime porte, la differenza tra la qualità di vita in Europa e quella in Sudamerica è abissale.
Ci sono cose che un tredicenne ovviamente non può capire, oppure non ci fa caso, nel senso che per tanto tempo non volevo sapere niente del Brasile, a parte accettare di andarci in vacanza di tanto in tanto.
Col passare degli anni però mi sono accorto sempre di più delle differenze “umane” tra un posto e l’altro. Non sto dicendo che uno sia meglio dell’altro, ma da adulto sento un po’ di più la mancanza dell’atmosfera che c’è in Brasile, quel calore del popolo brasiliano che è sempre ottimista e di buon umore, nonostante la situazione da quelle parti possa essere difficile.
Quando ti sei appassionato al mondo del videomaking? Hai deciso subito che sarebbe diventato il tuo lavoro?
Ho sempre pensato che a diciotto anni avrei dovuto rinunciare a tutte quelle cose che mi hanno sempre appassionato, ma che sono riservate a un’età adolescenziale perché “poco serie”, come, ad esempio, la musica e lo skate. Ma caso vuole che proprio quelle culture underground siano state fondamentali per la mia carriera.
Facendo parte di una band, oltre che a suonare, ogni membro assume anche un ruolo secondario, aiutando come può a far crescere la band. Dato che si hanno poche risorse, si ricorre spesso al DIY (do it yourself): il batterista pensa a organizzare il merchandising oppure il cantante a trovare date, e così via. Il mio contributo è stato sul lato visivo, per esempio se avevamo un concerto a Roma, portavo la mia GoPro per documentare il tutto.
Mi è sempre piaciuto registrare momenti passati insieme ai miei amici, ma pensavo fosse solo un hobby, non immaginavo minimamente che potesse diventare un lavoro. Grazie alle amicizie fatte durante i concerti, ho conosciuto persone che sono state fondamentali per la mia carriera e che mi hanno dato fiducia per iniziare a fare i miei primi passi nel mondo del videomaking.

Il tuo punto forte è lo storytelling e ogni singolo Reel ha qualcosa di cinematografico: da dove è nata la tua ispirazione? Ci sono registi o altrɜ creator che hanno plasmato il tuo modo di fare video?
Ho sempre pensato di non essere in grado di raccontare storie e mi sono sempre concentrato sul lato più estetico e tecnico del filmmaking. Ma di recente ho scoperto quanto sia più gratificante raccontare storie e pensare meno al lato più tecnico di questo mestiere, che è una cosa che arriva in un momento diverso per ciascuna persona. Soprattutto per il fatto che ormai secondo me non è “difficile” raggiungere un’alta qualità d’immagine, quindi la cosa che differenzia le persone creative nel 2025 sta proprio nelle storie che scelgono di raccontare e come le raccontano.
Per quanto riguarda le mie ispirazioni, cerco di prendere spunto da tutte le forme d’arte: dai dipinti, passando per la musica e i libri, fino al cinema.
Guardando i miei video è chiaro che il regista a cui più mi ispiro è Wes Anderson, per la sua estetica, ma anche per come racconta visivamente le storie che scrive. Un’altra fonte d’ispirazione che ha dato forma ai miei gusti è una band: Title Fight.
Grazie ai loro video musicali e artwork, ho avuto modo di conoscere diversi tipi di estetiche, come i filmati in pellicola oppure VHS.
Per quanto riguarda i creator attuali, la mia più grande fonte d’ispirazione si chiama Shaffer Nickel: se non lo conoscete, vi consiglio vivamente di andarvi a fare un giro sul suo canale YouTube!

Dai tuoi video è chiaro che sei anche appassionato di musica. Com’è il dietro le quinte dei tuoi lavori insieme alle band?
La musica è sempre stata super importante perché mi ha fatto conoscere persone che mi hanno svoltato la vita, permettendomi di riuscire a inserirmi in quest’industria – che è stato sicuramente soddisfacente.
Negli ultimi due anni mi sono concentrato sull’andare in tour seguendo diversi artisti in giro realizzando foto e video durante i loro concerti; un’esperienza tanto appagante quanto faticosa.
Essere in una città diversa ogni giorno mette a dura prova il tuo cervello, ma fortunatamente sono sempre stato in compagnia di persone fantastiche che hanno reso questo lavoro molto meno pesante – ed è inutile dire quanto il fattore umano sia importante in questo tipo di lavoro.
E per rimanere sano sulla strada, mi piace cercare quantomeno di avere una routine: alzarmi ad un orario decente, editare il materiale della sera precedente, mangiare poche schifezze e non fare troppa festa (questa è la parte più difficile).
In generale cerco sempre di rispettare l’immagine di una band e la loro estetica, senza stravolgere l’immagine che hanno già coltivato negli anni.
Ti è mai capitato di subire discriminazioni per le tue origini? Se sì, come hai reagito?
Fortunatamente non ho mai subito casi di discriminazioni in modo diretto, forse anche perché quello del videomaking è un ambiente piuttosto giovane e quindi gli stereotipi e le discriminazioni sono un po’ meno frequenti.
Devo però ammettere che non avere la cittadinanza italiana ha ostacolato il mio percorso di formazione: ho frequentato poco meno di un anno di accademia, ma ho dovuto rinunciare perché la retta era troppo alta per lo stato economico della mia famiglia e, tra l’altro, la retta per persone extracomunitarie era ancora più alta di quella riservata ai cittadini europei. Purtroppo questo tipo di formazione non è accessibile a tutti, ma non è nemmeno l’unico modo di imparare il lavoro.

Qual è il tuo ricordo più bello legato al tuo Paese d’origine?
Il mio ricordo più bello è sicuramente legato alle gite insieme alla mia famiglia sul Rio delle Amazzoni, dove è normale avere una casa in riva al fiume dove andare il weekend per sfuggire al grigio della città e immergersi nella natura. Ammetto che, però, spesso portavo la mia playstation per giocare insieme agli amici, ma era un’attività che facevamo la sera, quando fare il bagno in fiume diventava più pericoloso.
C’è un tipo di incarico da videomaker o video editor che proprio non accetteresti? Perché? Qual è stato invece il lavoro più bello che hai fatto?
Prima o poi capiterà di ricevere una proposta lavorativa da parte di una realtà che non è allineata con il nostro modo di pensare e con i nostri valori. Da un lato sarebbe bello poter dire di no a cuor leggero, ma non è sempre facile rinunciare ai soldi, soprattutto quando si è alle prime armi.
Dopo tanti anni sono arrivato a un punto del mio percorso in cui fortunatamente mi ritrovo a poter decidere se prendere un lavoro o meno con più libertà. Per esempio, da vegetariano mi sono sentito in dovere di non accettare un incarico offertomi tempo fa che prevedeva di filmare un allevamento di polli. Tra i lavori più belli che ho fatto, invece, c’è sicuramente il tour negli Stati Uniti che ho fatto l’estate scorsa mentre seguivo i Girlfriends in apertura ai concerti di Avril Lavigne.
Che consiglio daresti a una persona GEN 2 che vorrebbe fare il tuo stesso lavoro? Ci sono degli errori da evitare quando si è alle prime armi?
Un consiglio che mi sento di dare è quello di cercare di fare rete e collaborare il più possibile con colleghi, sia quelli alle prime armi che quelli più rodati. Fare parte di una comunità e avere una rete di supporto è qualcosa di essenziale. Di conseguenza, l’errore da evitare è quello di chiudersi completamente e di pensare di poter fare tutto da solo o da sola.
Ultima domanda: come ti vedi tra cinque anni? Ci sono progetti o sogni nel cassetto? Facci uno spoiler!
Tra cinque anni spero di poter continuare a fare quello che sto facendo ora, ovvero fare ciò che mi piace, i video, assieme a brand, band e altre realtà con cui mi sento in sintonia. Tra i sogni nel cassetto, che sono tanti, mi piacerebbe anche poter dirigere un cortometraggio tutto mio.