Ciao! Sono Asia, ho 20 anni e sono una ragazza italo-thai nata e cresciuta a Potenza. Passo la maggior parte del mio tempo ad abbozzare idee per cortometraggi, scrivere storie, disegnare e riprendere frammenti della mia vita con una handycam. Attualmente frequento un corso di Animazione e Motion Design a Firenze, tramite il quale sto lavorando al mio primo progetto audiovisivo animato.

Nel 2022 ho intrapreso un percorso artistico all’interno del collettivo 24Dilemma Lab, composto da giovani artisti lucani, producendo video musicali e visual audiovisivi. Nel 2025 ho preso parte al Collettivo Anomalie, impegnandomi nell’organizzazione di mostre, incontri e proiezioni, creando un punto di incontro per la comunità e un laboratorio permanente di creatività, cultura e condivisione.
Di Asia aka @visivvhs

Questa rubrica si chiama GEN 2 ed è dedicata a tutte le persone con una storia di migrazione nella loro famiglia. Cosa significa per te essere GEN 2? C’è stato un momento nella tua infanzia in cui hai iniziato a percepirti o ad essere percepita “diversa”?
Il termine GEN 2 è un termine che riesce a descrivere al meglio la mia identità. Spesso mi viene chiesto se mi sento più italiana o thai, il termine GEN 2 mi permette di riconoscermi come ragazza italiana con una storia di migrazione alle spalle.
Credo di aver preso coscienza del mio bagaglio culturale solo a partire dalle elementari. Non avevo una chiara idea di chi fossi, di come mi mostrassi o di come gli altri mi percepissero. Non sapevo di avere gli occhi a mandorla, dunque ricordo ancora di essere scoppiata a piangere al primo bimbo che si allungò le estremità degli occhi con le dita per prendermi in giro.
Credo che tutte le persone con un heritage asiatico abbiano sentito il termine “cinese” utilizzato come insulto, anche se la parola in sé non ha nessuna connotazione negativa. Se tra i banchi italiani ero vista come asiatica, tra le stradine del vicinato in Thailandia non mi era permesso giocare con altri bambini thai perché “non volevano giocare con una straniera”. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua in entrambi i Paesi, pur avendo il privilegio di avere la doppia cittadinanza!
Quali sono gli stereotipi sulla Thailandia che ti hanno colpito di più crescendo?
Fin da bambina, le persone mi hanno sempre dipinto la Thailandia come un paradiso sessuale per occidentali, un luogo perfetto per i pensionati e per chi volesse tuffarsi in un percorso spirituale, circondato da persone civili e sorridenti. Un paese da cartolina, The Land of Smiles. Molto distante dalla realtà.
Non tuttɜ sanno che dietro le belle spiagge, si cela un Paese caratterizzato da grandi disparità sociali ed economiche, un Paese che ha alle spalle numerosi colpi di stato, un Paese che si batte ancora per la democrazia.
Per riscoprire la Thailandia dal basso, con uno sguardo umile, tramite dinamiche familiari, consiglio sempre questo film: How to make millions before grandma dies (2024) di Pat Boonnitipat.

Secondo la tua esperienza, come possiamo imparare a conoscerci evitando di interiorizzare stereotipi e aspettative sociali?
Conoscersi è un processo che richiede tempo e pazienza. Il nostro senso di identità muta con il passare dei giorni. Conoscersi in un mondo di stereotipi e aspettative sociali è dura, ma non impossibile.
Anni fa davo molto peso a ciò che pensavano lɜ altrɜ e volevo a tutti i costi controllare l’immagine che avevano di me. Il vero plot twist è stato lasciarsi andare. Comprendere che le persone possano percepirti in un modo e ciò non debba affatto influenzare il tuo modo di essere. Gli stereotipi possono infastidire o far male ma non dettano chi sei o chi sarai.
Molte persone GEN 2 (e non solo) sentono di soffrire della Perfect Child Syndrome, la sindrome dellǝ figliǝ perfettǝ. Perché succede secondo te? Come si affronta la pressione di dover essere perfettǝ senza rinunciare alla propria identità?
Penso che la Perfect Child Syndrome sia un’esperienza comune nelle persone GEN 2 (e non solo) per vari motivi.
Il sentimento di non appartenenza spesso si trasforma in un bisogno di un riconoscimento da parte della comunità bianca italiana. Se dimostri di essere all’altezza, se eccelli in campo accademico o sportivo, nessunǝ può buttarti giù.
Se all’interno del proprio nucleo familiare, unǝ dellɜ care-giver immigratɜ non ha avuto l’opportunità di concludere gli studi, è comune che lɜ figliɜ GEN 2 sentano il dovere di eccellere in campo accademico. Un modo di dimostrare che tutti gli sforzi e sacrifici hanno avuto il loro frutto, per mostrare la gratitudine nei confronti dei sacrifici dellɜ genitorɜ che hanno permesso allɜ figliɜ di studiare e per permettere loro di avere qualcosa di cui possano andare fierɜ.
Generalmente, il sistema scolastico italiano è molto competitivo.
È comune che lɜ studentɜ (GEN 2 e non) attribuiscano al rendimento scolastico il proprio valore, fino ad arrivare a sentirsi un misero numerino. Questa formula è spesso autodistruttiva.
Io ho sempre sentito di dover saziare le aspettative che pensavo che le altre persone avessero sul mio conto. Per anni mi sono trascurata e ho vissuto nei panni di studentessa modello, nascondendomi dallɜ altrɜ e da me stessa. Quando performavo bene, ero al settimo cielo. Se, invece, andava male, ero a pezzi.
Solo a partire dal quarto superiore ho imparato a lasciarmi andare. Ero esausta di performare e ho preso finalmente coraggio. Mi sono rivelata a me stessa per chi ero realmente. Per quanto mi facesse paura mostrarmi vera e vulnerabile, piano piano ho iniziato a piacermi e ho accolto Asia a braccia aperte. Ho lasciato che la maschera cadesse e con sorpresa, ho scoperto che non solo mi piacesse studiare per me, ma soprattutto che era possibile saziare il mio bisogno di conoscenze senza il peso di dover dimostrare qualcosa a qualcunǝ.
Ho finalmente chiesto a me stessa cosa volessi, cosa mi piacesse e ho trovato il cinema, la mia lingua prediletta per comunicare. Nella scrittura e nel linguaggio visivo, mi sento a casa.

E a proposito di identità: com’è stato per te crescere in Basilicata da donna italo-thailandese e queer?
Ho dedicato tutta la mia vita alla ricerca di un’appartenenza. Mi sono sempre sentita come se stessi correndo da una parte all’altra con un grande punto interrogativo in testa e nessuno riuscisse ad aiutarmi a definire la mia identità.
In Thailandia, lɜ figliɜ di due genitorɜ con due nazionalità diverse vengono indicati come ลูกครึ่ง (Luk Khrueng), il cui significato è letteralmente Half-Child.
Per dato di fatto, mi sono sempre sentita a metà, forse così troppo nel mezzo da non poter appartenere pienamente a nessuno dei due Paesi. In Italia ero troppo asiatica per gli italiani e in Thailandia ero troppo ฝรั่ง (Farang) straniera per i thailandesi.
Oltre alla mia chiara difficoltà nel definire il mio background etnico, un nuovo conflitto era alle porte. Ho compreso di essere queer tra le elementari e le medie.
Non sapevo come etichettarmi, non sapevo se dirlo ad amiche e conoscenti o tacere. Ricordo di aver passato un periodo in cui forzavo delle “cotte” per ragazzi random, un po’ per testarmi, un po’ per paura di confermare che non mi piacessero affatto.
Frequentando poi il liceo artistico, ho vissuto uno switch totale: la maggior parte delle persone era apertamente queer, per cui ho avuto modo di confrontarmi con altrɜ ragazzɜ della comunità e ciò mi ha permesso di accettare ed esplorare la mia identità senza alcun timore. Sono stata molto fortunata, non ho mai subito discriminazioni per il mio orientamento sessuale.
Ho avuto accese discussioni sul tema, ma nulla che portasse a insulti. Mi sento molto a mio agio nella mia sessualità. Nel momento in cui ho accettato di poter essere più cose allo stesso tempo, una persona queer italo-thai, mi sono sentita più leggera.
Per approfondire questi temi mi piace consigliare alcuni film Asian-American che parlano del sentirsi nel mezzo di due mondi, della sensazione di abbandono, di vivere e lasciare andare: Past Lives (2023) di Celine Song, The Farewell (2019) di LuLu Wang e Saving face (2004) di Alice Wu.
Che consigli daresti a una persona che, come te, sente la mancanza di questo senso di comunità?
È normale sentirsi fuori posto, non è mai tardi per riconnettersi con le proprie radici.
Non vergognarti se senti la tua prima lingua scomparire dal tuo palato, è normale avere difficoltà nel praticarla se non hai nessuno con cui farlo. Ci sono molte piattaforme digitali su cui puoi fare affidamento in caso di bisogno. Personalmente, guardare film, serie tv, vlog e ascoltare podcast in thai mi tiene allenata.
Trovo importantissimo formare un sistema di supporto, il famoso third-place, uno spazio al di fuori della propria casa e del proprio posto di lavoro, che possa farti sentire al sicuro e che ti faccia sentire parte di qualcosa. Un mio esempio di third place è il collettivo di cui faccio parte. Realizzare progetti e condividerli è ciò che mi lega di più alle persone. Ho modo di comunicare qualcosa di mio, di creare qualcosa di collettivo e confrontarmi con altre persone.
L’importante è non isolarsi. Se non hai una comunità, prova a formarla da zero.

Cosa auguri alle prossime generazioni di persone con background migratorio?
Alle prossime generazioni auguro di battersi per i propri diritti, di esprimersi apertamente senza paura, di non abbassare la propria voce per passare inosservatɜ, ma di farsi sentire, farsi vedere, far capire l’impatto del cambiamento che è in atto in Italia, far vedere quanto ne facciamo parte.
Credo nel dibattito, nella politica dal basso, sono sicura che faremo tanta strada. Auguro alle prossime generazioni di fare rumore, così tanto da smuovere coscienze.
Ultima domanda: come ti vedi tra cinque anni? Ci sono progetti o sogni nel cassetto? Facci uno spoiler!
Ahia, domandona! Mi immagino già a rileggere questa intervista e a prendermi in giro sulle mie aspettative della me del futuro.
Cambio spesso idea e mi ritengo piuttosto imprevedibile. Il mio sogno attuale è di scrivere e dirigere un lungometraggio e di realizzare una mini serie queer tutta italiana. Sento di poter contribuire alla narrazione della nuova Italia.
Voglio provare la sensazione di portare sullo schermo quelle storie che avrebbero rassicurato la me del passato. Credo tanto nella mia visione e nella visione del collettivo, sono speranzosa che con duro lavoro, umiltà e dedizione, riusciremo a creare qualcosa di cui si possa andare fierɜ.