Scritto da Julio C. Peluffo
(Comitato Cittadino per le Voci Migranti)
Contesto
Il referendum dell’8 e 9 giugno rappresenta un’occasione per correggere un deficit democratico presente nella società italiana: a milioni di cittadini che fanno parte della nostra comunità politica ed economica non è riconosciuto il diritto ad essere rappresentati in democrazia.
Ciò avviene a causa di una delle leggi di naturalizzazione più restrittive del mondo occidentale, che richiede alle persone con cittadinanza extra UE 10 anni di residenza legale e continuativa per poter fare domanda di cittadinanza (un periodo che, tra attese e burocrazia, può estendersi fino a 15 anni), mentre la media nel mondo occidentale è di 5,1 anni, in linea con le raccomandazioni tecnico-accademiche specializzate in materia.
Questo ostacolo eccessivamente elevato è contrario a uno dei principi fondativi delle moderne democrazie liberali: No taxation without representation, ovvero, i cittadini che pagano le tasse e contribuiscono moralmente e materialmente alla costruzione dello Stato devono avere il diritto di partecipare alle decisioni collettive esercitate in democrazia (Bauböck, R. 2017).
Quanto sono necessari i migranti per l’economia italiana?

“Gli stranieri residenti partecipano alla società civile, contribuiscono all’economia e sono soggetti alle leggi della comunità. Negare loro voce nelle leggi e nelle politiche che regolano le loro vite è incoerente con i principi democratici.” – Seyla Benhabib
I dati ufficiali indicano che nel 2024 vivevano in Italia 5,3 milioni di stranieri (ISTAT.it). Negli ultimi tre anni, la media dei permessi di soggiorno di lungo periodo (concessi a chi ha già maturato 5 anni di residenza continuativa nel Paese) è stata del 63,5%, il che suggerisce che ci sono almeno 2,6 milioni di persone, giunte come migranti extracomunitari, con più di 5 anni di lavoro, pagamento delle imposte e costruzione di una famiglia e di una comunità in modo continuativo (Fondazione ISMU).
In termini generali, il lavoro degli immigrati contribuisce all’8,8% del PIL, un valore paragonabile al contributo dell’Emilia-Romagna (9,1%) e del Piemonte (6,4%). Rappresentano il 32% della forza lavoro agricola, il 30% degli addetti nel settore alberghiero, il 70% dei lavoratori domestici e il 30% degli operai nell’edilizia.
Pensate che tra i pizzaioli, 35 su 100 hanno un background migratorio (INPS; Fondazione Leone Moressa).

Oltre a questo, le donne migranti sono il pilastro del sistema di cura della società italiana, rappresentando il 73% delle persone occupate come badanti e, nelle scuole, 11 bambini su 100 sono alunni con cittadinanza non italiana (INPS).

La loro influenza si riflette anche nel tessuto imprenditoriale: le imprese fondate da imprenditori immigrati rappresentano il 10,4% del totale. Inoltre, le imprese individuali i cui titolari sono cittadini non comunitari costituiscono il 13% del totale di questa tipologia di aziende (CARITAS).

La vocazione alla permanenza di questi migranti ha contribuito ad attenuare gli effetti economici negativi del declino demografico, e il loro contributo fiscale genera un avanzo netto superiore a 1.200 milioni di euro (integrazionemigranti.gov.it).

Cittadinanza e lavoro: quanto sono collegati?
“La piena cittadinanza permette agli immigrati di investire nel futuro della loro nuova società, socialmente, culturalmente ed economicamente.”
— Will Kymlicka, Multicultural Citizenship (1995)
Ridurre i tempi necessari per richiedere la cittadinanza non avrebbe implicazioni esclusivamente sul suffragio: la cittadinanza è anche una condizione di sicurezza giuridica, un’infrastruttura normativa che consente alle persone di migliorare le proprie condizioni economiche e di assumere decisioni a lungo termine con impatti macroeconomici.
Studi empirici recenti in Francia, confrontando due generazioni di immigrati sottoposte a normative di naturalizzazione diverse, associano la cittadinanza a un aumento del 29% del reddito netto annuo degli immigrati, contribuendo a ridurre discriminazione e lavoro sommerso (Govind, Yajna).
In Svizzera, un’indagine analogamente basata su un disegno quasi sperimentale nei referendum comunali ha fornito evidenza empirica di come il conseguimento della cittadinanza abbia incrementato i redditi da lavoro degli immigrati di circa 5.000 dollari USA nei 15 anni successivi all’ottenimento (Hainmueller, Jens et al.).
Negli Stati Uniti, il lavoro di Madeleine Sumption e Sarah Flamm, pubblicato dal Migration Policy Institute, rileva che gli immigrati naturalizzati registrano tassi di occupazione più elevati e guadagnano tra il 50% e il 70% in più rispetto ai loro omologhi non naturalizzati, oltre ad aver affrontato con maggiore successo gli effetti della crisi economica.
Non sorprende, infatti, che i migranti siano maggiormente esposti a infortuni sul lavoro, tra cui infortuni non risarciti, e a condizioni contrattuali illegali, a lavoro sommerso o parzialmente senza contratto e garanzie rispetto al resto della popolazione (De Marco, Manuela).
I danni dello ius sanguinis e gli effetti dello ius soli
“Negare la cittadinanza a persone che hanno vissuto tutta la loro vita in un paese, che parlano la sua lingua, che si sono educate nelle sue scuole e che non conoscono altra patria, semplicemente per la nazionalità dei loro genitori, è moralmente indifendibile.”
— Joseph H. Carens
Una delle manifestazioni più rilevanti del deficit democratico e della discriminazione nei confronti di un numero significativo di cittadini si basa sullo ius sanguinis, che considera la discendenza biologica come criterio centrale per l’attribuzione della cittadinanza, con l’obiettivo di preservare un’identità “etnico-razziale”.
Al contrario, la maggior parte dei Paesi occidentali — per tradizione storica o a seguito di riforme — ha adottato legislazioni che privilegiano lo ius soli (la cittadinanza basata sul luogo di nascita) o regimi misti. Ciò riflette un progressivo allontanamento dal concetto etnico e rigido di cittadinanza, per riconoscerla come una condizione acquisibile: il risultato di una scelta individuale o di una forma concreta di appartenenza sociale e territoriale.
In virtù del rigido ius sanguinis, si stima che in Italia vi siano circa 1,3 milioni di “italiani senza cittadinanza” (InfoMigrants): figli di immigrati, nati sul territorio o arrivati in tenera età, che da decenni sono trattati come cittadini di seconda classe. Questo testimonia come lo ius sanguinis sia tanto anacronistico quanto assurdo: basti pensare, analogamente, a cosa succederebbe se il Comitato Olimpico richiedesse la corrispondenza “etnico-razziale” per le delegazioni partecipanti.
E, oltre ad essere anacronistico, lo ius sanguinis è associato anche a effetti negativi sullo sviluppo economico. Lo studio dimostra empiricamente che i Paesi che adottano leggi sulla cittadinanza più inclusive — in particolare i sistemi di ius soli — tendono ad avere livelli più elevati di reddito pro capite e migliori risultati economici. Ciò è dovuto al fatto che l’inclusione giuridica delle popolazioni migranti e dei loro discendenti aumenta la loro partecipazione all’economia formale, migliora gli investimenti nell’istruzione, valorizza il capitale umano e riduce il lavoro informale.
Al contrario, lo ius sanguinis produce un’esclusione strutturale di ampi gruppi della popolazione, generando frammentazione sociale ed economica, minore produttività e perdita di capitale umano, instabilità istituzionale e tensioni sociali che alimentano il circolo vizioso della povertà e della marginalizzazione.
Questa è la principale conclusione dello studio di Patrick A. Imam e Kangni R. Kpodar per il Fondo Monetario Internazionale, in cui analizzano l’impatto delle leggi sulla cittadinanza (ius soli vs ius sanguinis vs regimi misti) sullo sviluppo economico di 105 paesi, utilizzando diverse tecniche statistiche, tra cui regressioni incrociate, metodi panel e il metodo del controllo sintetico.
Sebbene i risultati siano più sfumati nei paesi con istituzioni più solide, anche gli Stati con economie più stabili non sono immuni agli effetti negativi derivanti dalla distorsione degli investimenti, dalla riduzione dell’efficienza del settore pubblico e dalla distorsione del mercato del lavoro.
Cosa succede concedendo più cittadinanze? L’impatto macroeconomico delle naturalizzazioni
“Offrire un percorso tempestivo verso la cittadinanza aumenta il contributo economico degli immigrati, incrementa la produttività e le entrate fiscali, e genera benefici macroeconomici a vantaggio dell’intera società.” Giovanni Peri & Justin Wiltshire
L’impatto della naturalizzazione sulle economie è stato oggetto di studio da parte del mondo accademico e dei centri di ricerca negli Stati Uniti. Tra i contributi più autorevoli vi è forse “The Economic Case for a Clear, Quick Pathway to Citizenship” del Center for American Progress (CAP).
Lo studio conclude che offrire un percorso chiaro, rapido e accessibile alla cittadinanza per gli immigrati negli Stati Uniti produrrebbe un impatto economico significativamente positivo. Secondo le proiezioni, tale misura potrebbe aumentare il PIL nazionale di 1,1 trilioni di dollari in un decennio, generare oltre 800.000 nuovi posti di lavoro e accrescere sensibilmente le entrate fiscali. L’analisi si basa sul confronto con economie come Canada, Germania e Norvegia, che presentano livelli diversi di accessibilità alla cittadinanza.
Nella stessa linea si inserisce il rapporto dell’Urban Institute “The Economic Impact of Naturalization on Immigrants and Cities” (Enchautegui, M.; Giannarelli, L.), che ha analizzato le implicazioni delle politiche di naturalizzazione e il loro impatto fiscale in 21 città statunitensi.
Il lavoro mostra come la naturalizzazione degli immigrati idonei potrebbe aumentare il loro reddito annuo in media dell’8,9%, con un incremento complessivo pari a 5,7 miliardi di dollari nelle città studiate, far salire il tasso di occupazione del 2,2% e aumentare del 6,3% la percentuale di proprietà immobiliari tra i cittadini con background migratorio. Inoltre, il rapporto evidenzia l’impatto positivo su città come New York e San Francisco, dove le entrate fiscali crescerebbero rispettivamente di 789 e 90 milioni di dollari, generando un saldo fiscale netto positivo.
Più recentemente, lo studio di Giovanni Peri e Reem Zaiour “Citizenship for Undocumented Immigrants Would Boost U.S. Economic Growth” ha stimato che un percorso verso la cittadinanza per i migranti senza documenti potrebbe aggiungere fino a 1,7 trilioni di dollari al prodotto interno lordo statunitense nei prossimi dieci anni.
In conclusione, esiste un solido corpo di evidenze a sostegno della tesi secondo cui facilitare i meccanismi di naturalizzazione possa fungere da catalizzatore per l’integrazione economica degli immigrati, con benefici tangibili sia per gli individui che per la società nel suo complesso.
Con il Referendum cittadinanza dell’8 e 9 giugno, abbiamo l’opportunità non solo di colmare un deficit democratico che coinvolge milioni di cittadini che de facto fanno già parte della nostra comunità, ma anche di parificare i loro diritti economici e valorizzare appieno il loro contributo all’economia nazionale.
In fondo, se siamo tutti nella stessa barca e remiamo insieme per mantenerla a galla, perché mai dovremmo permettere consapevolmente che una parte significativa dei nostri compagni di voga sia legata o limitata nella propria capacità di remare?
Postilla: Insieme al referendum sulla cittadinanza, invitiamo a votare SÌ anche agli altri quattro quesiti. Abbiamo bisogno di una società con più diritti, più giustizia, stabilità e sicurezza sul lavoro.
Se non hai ancora letto i temi dei quesiti, clicca qui per informarti. Se invece hai dei dubbi su come funziona il voto, clicca qui.
Riferimenti bibliografici
Bauböck, Rainer. “Citizenship and Migration – Concepts and Controversies”. Pubblicato in Migration and Citizenship: Legal Status, Rights and Political Participation, Amsterdam University Press, 2006.
Benhabib, Seyla. The Rights of Others: Aliens, Residents and Citizens. Cambridge University Press, 2004.
Bevelander, Pieter, e Don J. DeVoretz. “The Economic Case for a Clear, Quick Pathway to Citizenship.” Center for American Progress, 2021,
https://www.americanprogress.org/article/the-economic-case-for-a-clear-quick-pathway-to-citizenship/ Consultato il 30 maggio 2025
Carens, Joseph H. The Ethics of Immigration. New York: Oxford University Press, (2013). Caritas Italiana e Fondazione Migrantes. “XXXIII Rapporto Immigrazione. Caritas e Migrantes 2024”. 2024, https://www.caritas.it/xxxiii-rapporto-immigrazione-caritas-e-migrantes-2024/
De Marco, Manuela. “Occupazione e disuguaglianze: il divario fra italiani e stranieri nel mercato del lavoro.” XXXIII Rapporto Immigrazione 2024 Costruttori di società: il lavoro come fattore di inclusione, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, 2024, pp. 85–101. https://www.caritas.it/xxxiii-rapporto-immigrazione-2024
Enchautegui, Maria, e Linda Giannarelli. “The Economic Impact of Naturalization on Immigrants and Cities”. Urban Institute, 2015. https://www.urban.org/research/publication/economic-impact-naturalization-immigrants-and-cities
Fondazione ISMU. “Cittadini non comunitari in Italia: 10 anni di presenza regolare e stabile.” ISMU – Iniziative e Studi sulla Multietnicità, 2023,
https://www.ismu.org/cittadini-non-comunitari-in-italia-10-anni-di-presenza-regolare-e-stabile/. Consultato il 30 maggio 2025
Fondazione Leone Moressa. “Rapporto 2024 sull’economia dell’immigrazione: Le conseguenze economiche della recessione demografica”. Il Mulino, 2024. https://www.fondazioneleonemoressa.org/2024/10/15/presentazione-rapporto-2024-2/
Govind, Yajna. “Is naturalization a passport for better labor market integration? Evidence from a quasi-experimental setting”. Available at: https://hal-pse.archives-ouvertes.fr/halshs-03265055 , 2021
Hainmueller, Jens, Dominik Hangartner, e Dalston Ward. “The Effect of Citizenship on the Long-Term Earnings of Marginalized Immigrants: Quasi-Experimental Evidence from Switzerland.” Science Advances, vol. 5, no. 12, 2019, eaay1610. https://doi.org/10.1126/sciadv.aay1610
InfoMigrants. “Over One Million Italians Are Without Citizenship – IDOS.” InfoMigrants, 23 ottobre 2020,
https://www.infomigrants.net/en/post/20200/over-one-million-italians-are-without-citizenship–idos. Consultato il 30 maggio 2025
Imam, Patrick A., e Kangni R. Kpodar. “Does an Inclusive Citizenship Law Promote Economic Development?” IMF Working Paper No. 19/3, Fondo Monetario Internazionale, gennaio 2019.
https://www.imf.org/en/Publications/WP/Issues/2019/01/11/Does-an-Inclusive-Citizenship-Law-Promote-Economic-Development-46331
Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS). Osservatorio sugli stranieri. Web. https://servizi2.inps.it/servizi/osservatoristatistici/1059. Consultato il 30 maggio 2025
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Shachar, Ayelet. The Birthright Lottery: Citizenship and Global Inequality. Cambridge: Harvard University Press, 2009.
Sumption, Madeleine, e Sarah Flamm. The Economic Value of Citizenship for Immigrants in the United States. Migration Policy Institute, 2012. https://www.migrationpolicy.org/research/economic-value-citizenship-immigrants-united-states