Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: Da dove viene la parola “bohémien” e perché si tratta di appropriazione culturale

Di Morena Pedriali Errani

Chi di noi, sfogliando una rivista di moda o, in generale, occupandosi d’arte, non si è mai imbattuto nella parola “bohémien”?

Modella alla sfilata di Jean Paul Gaultier, Paris Fashion Week 2005

Il termine “bohémien”, abbreviato in “boho” viene, solitamente, usato per descrivere uno stile di vita libero, ribelle e fuori da ogni schema. 

Storicamente lo conosciamo in relazione a una corrente artistica ottocentesca, la cosiddetta “bohème francese”, di cui si proclamavano parte scrittori, attori, pittori che vivevano (spesso volutamente) ai margini della società, in condizioni economiche precarie e in modo anticonvenzionale rispetto alla legge e alla rigida morale francese del tempo.

Quello che, però, si ignora, è che questa corrente non ha inventato niente di nuovo. Anzi, possiamo dire che, a partire dal nome, ha, di fatto, compiuto una grande operazione di appropriazione culturale ai danni della comunità romanì.

Le origini rom della parola bohémien

Bibliothèque Nationale de France

La parola “bohémien” compare per la prima volta su un documento ufficiale francese nel 1480. 

In quell’anno, re Luigi XI aveva promulgato una serie di decreti contro il nomadismo e il vagabondaggio, punendo con la deportazione dal regno sia le persone rom “bohémien”, sia chi si fosse offerto di ospitarle o nasconderle durante i loro spostamenti.

Per capire meglio l’origine di questa parola, bisogna ricordare che i “bohémien” originali erano – e sono ancora oggi – un sottogruppo della comunità romanì, verosimilmente proveniente dalla regione della Boemia e presente in Francia già a partire dal 1400. 

Le loro condizioni di vita erano fortemente precarie: parliamo di persone costrette dalla monarchia a vivere di espedienti, spesso in aree isolate o degradate delle grandi città francesi. 

Molti di loro erano storicamente artisti di strada: parliamo di saltimbanchi, musicisti, ballerini, la cui arte, come spesso avviene nelle famiglie rom e sinte, veniva tramandata di generazione in generazione. I veri “bohémien”, quindi, si spostavano per lavoro, come le moderne famiglie dello spettacolo viaggiante.

Le leggi francesi contro i rom nel 1800

La persecuzione dei rom e dei sinti, come nel resto d’Europa, fu da subito feroce e pressoché costante dal 1400. 

Se facciamo riferimento solo al secolo in cui nasce la “bohéme francese”, il 1800, possiamo trovare varie leggi che cercano di limitare gli spostamenti dei rom francesi e le loro attività lavorative. Nel 1851, per esempio, Napoleone III promulgò una legge che obbligava i rom a registrarsi presso l’autorità locale, la quale aveva il compito di controllarne e impedirne ogni spostamento, in un’ottica di assimilazione forzata e violenta. 

Le pene per chi avesse trasgredito andavano dalla detenzione, ai lavori forzati (che spesso portano all’invalidità o alla morte), fino alla deportazione e negazione dei diritti civili.

La bohéme francese e la giustificazione dell’oppressione

Va da sé che romanticizzare la vita ai margini di un gruppo sociale oppresso è un’azione che rafforza ulteriormente questa oppressione, rendendola “accettabile” e impedendo a chi la porta avanti di prendersi le proprie responsabilità. È un atto sottile, ma ancora violento nei confronti dei rom, che non hanno scelto quello stile di vita, ma anzi vi sono stati costretti e si sono, storicamente, sempre trovati sotto minaccia di morte, deportazione o schiavitù. 

È una bella bugia descrivere i cosiddetti “bohémien” come anime libere, una bugia che copre la verità su chi fossero davvero e sulle violenze subite.

La nascita della “moda bohémien”

Ancora oggi la parola viene usata in tantissimi contesti. La moda “bohémien”, per esempio, si rifà agli stili degli hippie degli anni ’60, i quali a loro volta imitavano i costumi tradizionali rom. 

Ragazza con abiti tradizionali romanì

Modella con abiti hippie, da una rivista di moda vintage

“Non c’è niente di male”, “È ispirazione”, potrebbe dire qualcuno, se non fosse che nella comunità romanì gli abiti sono una pratica culturale chiusa, che viene tramandata di generazione in generazione e che può utilizzare solo chi è interno alla famiglia. Una pratica per la quale noi e i nostri antenati siamo stati perseguitati, e che spesso è stata abbandonata per sopravvivere. 

Ma il popolo romanì non è l’unico ad aver subito l’appropriazione culturale sfrenata degli hippies: il loro “caratteristico” stile da “figli dei fiori” riprendeva anche elementi culturali delle comunità native americane, secondo lo stesso schema.

Modella con abiti hippie, Vogue 1969

In questi casi è importante sottolineare come non si tratti di apprezzamento, ma di appropriazione culturale vera e propria, ossia l’atto di rendere costume o mero accessorio qualcosa che nella comunità oppressa da cui è preso è, invece, sacro, spogliandolo di ogni significato.

Anche nella letteratura il termine viene usato per descrivere ambienti o personaggi ambigui, loschi, criminali, legati alla malavita. Non proprio l’accostamento più rispettoso per la comunità rom, già ampiamente stigmatizzata. 

“The great, free, uninhabited, bohemian girl, with her childlike heart and her generous impulses, now finds herself captive in the dull routine of life.”

  • Willa Carther, The Bohemian Girl (1912)

“Bohemians, those irresponsible idlers who live off the labor of others, disdainful of society’s rules” 

  • Honore de Balzac, La cousine Bette (1846)

Che fine hanno fatto i veri bohémien?

Ad oggi il sottogruppo bohémien conta pochissimi membri, i più emigrati sul territorio statunitense a partire dagli anni ’50. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti, con l’occupazione della Francia anche i rom bohémien vennero deportati nei campi di sterminio. Si tratta, però, già di un sottogruppo, quindi di un numero esiguo di persone, la cui eliminazione, per questo, è stata quasi totale.

Il dialetto bohémien, per esempio, è scomparso. Oggi non ci sono più parlanti di questa lingua minoritaria proprio a causa dell’Olocausto e dell’eliminazione dei custodi della cultura e della lingua del sottogruppo.

Come uscire dalla narrazione bohémien?

Da questo breve riassunto storico, è abbastanza chiaro che la storia di questo popolo non sia una bella favola romantica, a cui ispirarsi per le proprie gonne, i propri gioielli o le proprie ambientazioni letterarie gotiche.

Oggi gli attivisti rom e sinti hanno una nuova voce e costruiscono ogni giorno nuovi spazi in cui esprimerla. Non è, quindi, più possibile dire di non sapere e portare avanti atteggiamenti che, di fatto, silenziano la storia romanì e la sua verità. 

Come parte della comunità romanì anche io vi invito, quindi, a usare il termine “bohémien” e le sue varianti solo nel giusto contesto. 

L’oppressione non è mai una questione romantica.

Bibliografia

  • “Les Roms: Une histoire d’exclusion”, Jean-Pierre Liégeois, Hachette, 1994
  • “Les Tziganes en France: De l’exclusion à l’intégration”, Michel Perrot, Edition du Seuil, 1992
  • “Le Vieux Paris et les étrangers”, Jacques Ruelle, Presses Universitaires de France (PUF), 2005
  • “L’Administration impériale sous Napoléon III”, Jean-François Sirinelli, Gallimard, 1991
  • “Les Lois et règlements sur le vagabondage en France: 1800-1900”, Pierre Miquel, Armand Colin, 1998

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