Se oggi sappiamo con certezza, prima ancora del 7 ottobre, che la Palestina è una questione femminista lo dobbiamo al Palestinian Feminist Collective, un collettivo delle Isole Turtland, Nord America, che ispirandosi alle lotte delle donne nere e indigene sta influenzando tutte le conversazioni internazionali, anche quelle italiane, sulla questione Palestinese.
Conosciamo questa realtà più da vicino.
Scritto da Alessandra Belli

Il Palestinian Feminist Collective è un collettivo intergenerazionale di donne palestinesi e arabe della Turtle Island, terre generalmente nominate Nord America, dove attiviste, artiste, accademiche, studentesse guardano alla lotta per la liberazione della Palestina secondo un approccio intersezionale che unisce le questioni di genere al contrasto del razzismo e del suprematismo. Il collettivo è nato nel 2019 a seguito dell’uccisione di Israa Ghrayeb, una giovane di Betlemme, su iniziativa di donne mosse dal desiderio di riunire femministe palestinesi accomunate dallo shatat, termine arabo comunemente tradotto con “diaspora”, ma che viene meglio reso con la parola “dispersione”. Quella con cui il popolo palestinese continua a convivere dal 1948, anno della Nakba, con il dramma dell’esilio.

The Jerusalem Post, ‘Honor killings’ – Culture as excuse for murdering Arab women | The Jerusalem Post
Cosa muove il Palestinian Feminist Collective?
Il collettivo agisce secondo due paradigmi interdipendenti: l’anticolonialismo e l’inno alla vita.
Il primo si focalizza sul contrasto alla normalizzazione della violenza dell’occupazione militare e dell’egemonia sionista e sulla resistenza alla cancellazione e criminalizzazione delle narrazioni, delle identità, del diritto all’autodeterminazione e delle aspirazioni politiche delle donne palestinesi.
Il secondo, invece, mette al centro un approccio femminista radicato nella giustizia trasformativa e nella conoscenza indigena. L’azione del Palestinian Feminist Collective si può riassumere in questa frase particolarmente evocativa
“Mentre lavoriamo per abbattere i sistemi di oppressione, è altrettanto fondamentale creare il mondo in cui vogliamo vivere; un mondo caratterizzato da cura reciproca e rispetto per la terra e per la vita.
Guardando alla discendenza palestinese e alla storia di lotta come una bussola per il presente, e pensando al futuro per le generazioni che verranno, sosteniamo i valori della guarigione intergenerazionale, della responsabilità trasformativa per raggiungere la liberazione collettiva e per curare dai danni e dalla violenza a cui il nostro popolo e le nostre terre sono stati sottoposti.”
Gli scritti delle femministe nere ed indigene come ispirazione
Il Palestinian Feminist Collective ricalca le orme delle femministe nere ed indigene, che hanno saputo mettere al centro l’esperienza femminile nella lotta alla marginalizzazione e alla deculturazione e hanno rifiutato lo sguardo paternalista delle femministe bianche.
Il legame teorico e politico tra le lotte delle femministe palestinesi, nere e indigene si fonda su concetti chiave condivisi:
- contrasto al colonialismo di insediamento: come tutte le comunità indigene mondiali, l’attivismo palestinese rivolge la propria lotta contro un regime coloniale che mira all’espropriazione territoriale.
- Intersezionalità: dal femminismo nero il PFC riprende il concetto teorico dell’’intersezionalità delle lotte per cui le oppressioni di genere, classe, razza, status legale sono inestricabilmente connesse.
- Difesa della vita e giustizia riproduttiva: il femminismo indigeno ha storicamente denunciato il controllo statale sui corpi delle donne indigene e il controllo della natalità come strumento di genocidio. Il PFC riprendono il termine “reproductive genocide” per descrivere le indicibili condizioni in cui le donne palestinesi devono affrontare la gravidanza e il parto e l’accanimento di Israele verso lə bambinə palestinesi, le cui vite vengono spezzate precocemente proprio per impedire la riproduzione della vita, della cultura ma anche della resistenza palestinese.
- Sorellanza transnazionale: rifiuto di un femminismo di stampo “occidentale”, che pretende di salvare le donne del Sud del mondo usando le categorie del colonizzatore, ponendo invece l’autodeterminazione e la decolonizzazione come prerequisiti essenziali per la liberazione di tutte le soggettività oppresse. La sorellanza transnazionale tra femministe nere, palestinesi e indigene è una forma di solidarietà politica che collega lotte contro colonialismo, razzismo, patriarcato, capitalismo estrattivo e violenza di Stato attraverso confini nazionali diversi, riconoscendo strutture comuni di dominio.
Le femministe nere, indigene e palestinesi hanno, quindi, elaborato teorie e pratiche di resistenza incentrate su sovranità territoriale, difesa della terra e continuità culturale.
La sorellanza transnazionale emerge in campagne condivise contro la militarizzazione, la carcerazione di massa e la violenza di frontiera. Le attiviste nere statunitensi, da anni, collegano la violenza della polizia negli USA alle tecnologie militari e di sorveglianza usate nei Territori Palestinesi occupati. Inoltre, le attiviste indigene riconoscono nei processi di espropriazione territoriale in Palestina elementi comuni alla storia coloniale delle Americhe.

Palestinian Feminist Collective, Reviving Third World Feminism: A Struggle for a Liberated Future – Palestinian Feminist Collective
La prima grande campagna del PFC è stata “Palestine is a Feminist Issue” il 15 marzo 2021, con il fine di portare la causa palestinese nell’agenda del femminismo statunitense e non solo.
Come sottolineato dalla Prof.ssa Ihmoud, nei paesi dell’area SWANA il femminismo non gode di una buona nomea, perché viene accostato soprattutto al fomento del mito di una donna “medio-orientale” indifesa, da liberare dal giogo della cultura araba e della religione musulmana, per giustificare interventi militari e di dispossessione.
La campagna elenca sei azioni concrete per il progresso di una visione femminista veramente intersezionale e decoloniale:
- abbracciare la liberazione palestinese come questione femminista prioritaria;
- supportare i diritti dei palestinesi alla libertà di espressione e all’organizzazione politica;
- promuovere la comprensione della differenza sostanziale tra antisemitismo e anti-sionismo;
- sostenere il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS);
- disinvestire dal militarismo;
- chiedere la fine del sostegno politico, militare ed economico degli Stati Uniti a Israele.
La campagna ha prodotto:
- oltre 5.400 firme sulla piattaforma Action Network e l’adesione di più di 200 organizzazioni statunitensi tra cui Jewish Voice for Peace, Grassroots Global Justice Alliance, National Lawyers Guild, National Women’s Studies Association, oltre a intellettuali e attiviste di spicco quali Judith Butler, Chandra Talpade Mohanty, Mariame Kaba, Cherríe Moraga;
- maggiore visibilità della prospettiva femminista palestinese negli spazi attivisti statunitensi, grazie alla diffusione delle rivendicazioni del PFC da parte di gruppi di advocacy quali US Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, US Campaign for Palestinian Rights, Adalah Justice Project, Mondoweiss, alla creazione di materiali educativi e toolkit e all’ organizzazione di webinar e incontri formativi sul femminismo palestinese;
- nascita di nuove collaborazioni con organizzazioni nere, indigene, queer e femministe e con gruppi femministi in Palestina quali Tal’at.
In generale, si può affermare che la campagna di PFC ha dato un primo impulso nella creazione di una conversazione transnazionale sulle molteplici sfaccettature del razzismo e della misoginia.

Palestinian Feminist Collective, All Out for Palestine – Digital Action Toolkit – Palestinian Feminist Collective
Cosa fa oggi il Palestinian Feminist Collective?
Il Palestinian Feminist Collective organizza conferenze (online e dal vivo) in cui coinvolge accademiche, autrici, etnografe, avvocate per i diritti umani, attiviste per trattare i più disparati temi relativi alla storia e alla lotta palestinese, letti in chiave femminista, o per celebrare alcune ricorrenze chiave quali il Palestinian Land Day o la Nakba.
Allestisce in diverse città cineforum, eventi per le comunità, Iftar condivisi durante il mese di Ramadan, mostre d’arte.
Si occupa di attivismo digitale, con la redazione di numerosi testi di approfondimento pubblicati sul loro sito, del Digital Action Toolkit e con un accurato aggiornamento delle pagine social.
Nel 2026, ha lanciato “Handala’s Return”, una storia per bambini con illustrazioni dell’ artista C. Gazaleh e dieci attività interattive. Il progetto nasce per “promuovere creatività, gioia, innovazione, curiosità politica, ricerca intellettuale e dissenso nei bambini e nei giovani palestinesi”.
Il libro racconta la storia di Handala, personaggio nato dalla creatività dell’ artista Naji al Ali nel 13 luglio 1969, e il forte significato politico che conserva tutt’oggi in quanto “simbolo senza tempo della gioventù palestinese, della condizione di rifugiato, della fermezza e della determinazione a realizzare il ritorno e la liberazione” (PFC, 2026).

Chris “C” Gazaleh, ybca.org, Chris “C” Gazaleh – YBCA
Le attiviste del PFC sono in prima linea durante cortei, presidi, scioperi in solidarietà con la popolazione di Gaza e per il cessate il fuoco; si occupano di fundraising per le famiglie sfollate a seguito degli attacchi a Gaza in partnership con Middle East Children’s Alliance (MECA) e di promuovere consapevolezza verso le azioni di boicottaggio del movimento BDS.
Le iniziative del PFC, in definitiva, dimostrano quanto sia necessario portare al centro del dibattito politico globale la sofferenza delle donne palestinesi e leggere in un’ottica di genere la loro specifica condizione di vita sotto occupazione e apartheid.
Oppressione di genere e violenza coloniale si intersecano
Come afferma la Prof.ssa Sarah Ihmoud, che presso il College of the Holy Cross in Massachusetts insegna antropologia con un focus su genere e sessualità, colonialismo d’insediamento e occupazione, diaspora, femminismi neri, indigeni e decoloniali:
“Abbiamo riflettuto su come la violenza coloniale e patriarcale siano interconnesse e su come si manifestino nelle nostre vite come donne palestinesi e persone queer. Non c’è liberazione delle donne o delle persone queer senza una nostra liberazione in senso più ampio come popolo dal colonialismo d’insediamento”.

Prof.ssa Sarah Ihmoud, College of the Holy Cross
Nel contesto palestinese, le restrizioni di movimento, il controllo territoriale e la violenza militare e dei coloni hanno un impatto smisurato sulla qualità della vita di tutta la popolazione, ma la condizione femminile è ulteriormente aggravata da specifiche condizioni strutturali di vulnerabilità. Come sottolineato dalla Professoressa Susan Ferguson e dalla storica e attivista Tithi Bhattacharya, i ruoli di genere in un contesto di occupazione si irrigidiscono. Gli uomini palestinesi che lavorano in Israele sono costretti a ritmi di vita sfiancanti e interminabili attese ai checkpoint, dove subiscono regolarmente vessazioni e umiliazioni. Tutto questo con ovvie ricadute sulla serenità della vita familiare e sul carico di lavoro domestico che le donne devono addossarsi. In sintesi, l’occupazione crea condizioni strutturali di vulnerabilità femminile, che si intrecciano con norme sociali patriarcali già esistenti.
Il Reproductive genocide: il colonialismo d’insediamento contro la riproduzione della vita palestinese

Palestinian Feminist Collective, The Palestinian Feminist Collective Condemns Reproductive Genocide in Gaza – Palestinian Feminist Collective
La salute sessuale e riproduttiva delle donne di Gaza è fortemente ostacolata attraverso attacchi diretti da parte dell’ esercito israeliano ai reparti di maternità, alle cliniche per la riproduzione assistita, ma anche attraverso il blocco di medicine, prodotti per gestire le mestruazioni e forniture mediche (come segnalato da Hala Shalom, autrice del Policy Paper “Reprocide in Gaza: The Gendered Strategy of Genocide Through Reproductive Violence”, la negazione perfino degli anestetici ha costretto il personale sanitario a Gaza a praticare parti cesarei senza anestesia).
La scrittrice Tara Alami evidenzia come il parto e il postparto avvengano in condizioni durissime, per le quali è stato coniato il termine “reproductive genocide”, a causa della violenza militare sistemica, delle incarcerazioni di massa, dell’occupazione, delle vessazioni dei coloni e, in ultimo, del genocidio in corso.
Dello stesso parere è la Prof.ssa presso l’Università della California Loubna Qutami, che fa luce sulla deliberata limitazione della circolazione agli abitanti palestinesi dei Territori Occupati della Cisgiordania, attraverso la proliferazione di checkpoint, con conseguenze drammatiche quando hanno urgente bisogno di cure mediche; afferma, infatti,
“È fondamentale comprendere come il colonialismo di insediamento sionista sia anche un progetto di violenza e oppressione di genere. Quando le donne palestinesi sono costrette a dare alla luce bambini nati morti a un posto di blocco perché l’ambulanza non era autorizzata a passare – questo è certamente una violazione dei diritti umani ma anche un chiaro esempio di violenza di genere diretta che mina la libertà riproduttiva palestinese.”
L’impatto del Palestinian Feminist Collective nel mondo e in Italia
Il PFC rappresenta oggi una delle voci più influenti del femminismo decoloniale contemporaneo, capace di riportare la questione palestinese al centro del dibattito femminista internazionale.
Il collettivo ha creato negli anni una rete transnazionale di solidarietà al popolo palestinese. Attraverso campagne, manifesti, conferenze e contenuti educativi, ha contribuito a trasformare la Palestina in una questione centrale per molti movimenti femministi globali. Università, collettivi artistici e associazioni femministe hanno integrato prospettive palestinesi nei propri discorsi politici e culturali.
Anche in Italia la sua influenza è sempre più visibile: a partire dall’ottobre 2023, numerosi collettivi femministi, studenteschi e realtà sociali italiane hanno espresso solidarietà alla causa palestinese, organizzando manifestazioni, assemblee, scioperi e facendo circolare traduzioni dei testi del PFC.
Il Centro Culturale Handala Ali di Napoli ha organizzato il ciclo di seminari “Huna Filastin” in collaborazione con la ricercatrice Mjriam Abu Samra, militante nel PFC e fondatrice del Palestinian Youth Movement, che si occupa di studiare forme di resistenza femminile e misure di controllo dei corpi in Palestina.
Il PFC, inoltre, intrattiene legami accademici con l’Università Ca’Foscari grazie alla Dott.ssa Abu Samra: presso l’università veneziana si è svolto il seminario “Reproductive Justice in Palestine”, dove il collettivo femminista ha portato la propria prospettiva su biopolitica e “genocidio riproduttivo”.
Ripensare la solidarietà internazionale
Il lavoro del PFC ci obbliga a ripensare il significato stesso della solidarietà internazionale. In un mondo devastato da genocidi, disuguaglianze, apatheid e colonialismo, il Palestinian Feminist Collective ricorda che le lotte non sono isolate, ma interconnesse. La loro voce mostra come il femminismo possa diventare non soltanto una battaglia per i diritti individuali delle donne, ma un progetto politico collettivo fondato sulla giustizia, sulla memoria e sulla liberazione dei popoli.
È possibile sostenere il Palestinian Feminist Collective con una donazione sul loro sito https://palestinianfeministcollective.org/support-pfcs-work/, condividendo i loro comunicati e seguendo i suoi social.
Fonti
- Elia, N. (2021, March 25). How Palestine is a critical feminist issue. Middle East Eye. https://www.middleeasteye.net/opinion/how-palestine-critical-feminist-issue
- Ihmoud, S. (2022). Palestinian feminism: Analytics, praxes and decolonial futures. Feminist Anthropology, 3(2), 284–298. https://doi.org/10.1002/fea2.12109
- Draper, S., Marco, B., Morales, A. M., & Borek, S. (2024, May 15). Palestinian feminists speak out against reproductive genocide. Truthout. https://truthout.org/articles/palestinian-feminists-speak-out-against-reproductive-genocide/
- Ferguson, S., & Bhattacharya, T. (A cura di). (2026). Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio (G. Incelli, Trad.). Edizioni Alegre.
- Palestinian Feminist Collective. (2022, December 3). About us – Palestinian Feminist Collective. https://palestinianfeministcollective.org/about-us/
- Palestinianfeministcollective. (2026, April 1). Reviving third World feminism: a struggle for a liberated future. Palestinian Feminist Collective. https://palestinianfeministcollective.org/reviving-third-world-feminism-a-struggle-for-a-liberated-future/
- Palestinianfeministcollective. (2024, February 11). The Palestinian Feminist Collective condemns reproductive genocide in Gaza. Palestinian Feminist Collective. https://palestinianfeministcollective.org/the-pfc-condemns-reproductive-genocide-in-gaza/
- Palestine is a Feminist Issue! (2022, July 3). BDS Movement. https://bdsmovement.net/Palestine-Is-A-Feminist-Issue
- Shoman, H. (2025). Reprocide in Gaza: The Gendered Strategy of Genocide Through Reproductive Violence. Institute for Palestine Studies, 146. https://www.palestine-studies.org/sites/default/files/attachments/policypapers/Hala%20Shoman%20ENG%20146.pdf
- Testimony by Kifeya Khraim and Witness #3 (Day 1) Public hearings – Commission of Inquiry on the OPT and Israel. (2025, March 11). UN Web TV. https://webtv.un.org/en/asset/k1l/k1ljfesvek