C’era una volta, come si raccontano gli altri

Scritto da EvaStaiZitta (Giulia Paganelli)

Ci basta uscire di casa e camminare per strada per incontrare gruppi umani che indichiamo col termine generico di “altre persone”. Se ci fermiamo a riflettere su questo perimetro che sancisce il nostro corpo dagli altri corpi, ci rendiamo conto che l’alterità è una categoria che non riveste solamente la componente biologica del corpo, ma  indica anche un universo intero. 

Quando parliamo di Altro da noi, infatti, intendiamo tutto ciò che non rientra nel nostro perimetro di essere umano: da un’alterità temporale, per cui parliamo del passato e di eventi storici, a un’alterità biologica e culturale, che identifica tutti i gruppi umani che non rientrano nel nostro sistema di riferimento, ma anche, semplicemente, la persona che abbiamo accanto nella sua unicità complessa. 

Non è un termine semplice, nel tempo vi ci sono posati sopra strati e strati di pregiudizio, discriminazione, marginalizzazione senza mai tornare all’origine e analizzare il gesto rappresentativo che si compie ogni volta in cui si crea un’etichetta e si inseriscono o si eliminano persone dal cerchio. 

C’era una volta una bambina su un divano azzurro e molti film da guardare con suo padre. Restavano in silenzio per ore mentre mettevano nel videoregistratore una cassetta dopo l’altra. Viaggiavano da Camelot alla capanna di legno di Nell, dalle strade di C’era una volta in America al suono di quel mattino quando Pete Martell dice “è avvolta nella plastica”. Esistevano infiniti mondi in cui potevano entrare e altrettanti che potevano abbandonare se erano troppo stanchi per proseguire. In quei mondi, senza rendersene conto, la bambina imparava a conoscere le persone e le parole, ma soprattutto iniziava a intravedere che posto nel mondo avrebbe avuto anche lei. 

Ho scritto un post, qualche giorno fa, per parlare di rappresentazione seriale, neuroscienza, forza di palco e microfono e lo spazio a disposizione era decisamente troppo stretto per un argomento ampio come, appunto, la scrittura di quelli che identifichiamo come Altri. Dobbiamo partire da un punto abbastanza lontano nello spazio, ma faccio presto, lo giuro. Dobbiamo partire dal rapporto tra parole e comportamenti, fra ciò che sappiamo e i comportamenti sociali che sono sul piano politico, giuridico ed economico codificati secondo delle norme e delle devianze.

In La Scrittura della Storia Michel de Certeau, storico e linguista francese, indaga il rapporto tra la parola, la testimonianza dell’Altro e l’Altro come individuo, come persona esistente, spiegando che, ponendo il soggetto lontano nel tempo e parlando per lui, questo diventa l’oggetto della narrazione dello scrittore, figura lontana e disegnata ad acquerello che non ha una voce, non ha identità, tantomeno proprietà su quello che diremo e racconteremo di lui. La stessa cosa accade nello spazio quando la storia dell’Antropologia (la scienza che studia l’essere umano nelle sue caratteristiche storiche, culturali, linguistiche, sociali) si trova a fare i conti con la creazione dello stereotipo dell’alterità esotica, per esempio, figura lontana nello spazio e priva di voce, costruita a tavolino perchè insieme di tante caratteristiche di tante persone diverse, tutte stratificate e orientate a creare un solo identificabile insieme perimetrato: l’Altro, appunto.

Cosa fa il sapere/potere occidentale quando scrive dell’Altro? In The Subject of Anthropology Henrietta Moore, filosofa e antropologa anglosassone, condanna la pratica antropologica esistita fino alla fine degli anni 70. L’osservazione partecipante, la tecnica di ricerca basata sulla permanenza prolungata e partecipazione all’interno del gruppo umano che si intende analizzare, è stata introdotta da uno dei padri dell’Antropologia, Bronislaw Malinowski, all’inizio del XX secolo. Quando Henrietta Moore si concentra sul soggetto della disciplina, su chi scrive e di chi si scrive e a chi appartiene la voce della scrittura, si ferma su una domanda fondamentale: se la rappresentazione è l’occhio che da fuori osserva e scrive, che funzione svolge la scrittura se non quella di creare un gruppo di conformità e non conformità usando il mio “normale” come parametro?

Ed è qui, forse, che devono entrare in scena le scienze audiovisive.

Prima ancora della scoperta dei neuroni specchio, quindi della nostra capacità di immedesimarci in una situazione o provare empatia verso persone o immagini che ci capitano davanti senza che esista un reale collegamento col nostro vissuto, la maggior parte di noi aveva intuito il potere rappresentativo delle parole e delle storie create con esse. Nella storia esiste una primissima notte in cui i discorsi (scrive Michel Foucault in Archeologia del Sapere: “un insieme di parole collegato a un comportamento o a una pratica sociale”) plasmano il modo in cui vediamo il mondo, il posto che vogliamo ricoprire, ma anche le persone che vogliamo essere. Facevo questo esempio di Paolo e Francesco, nel V canto dell’Inferno di Dante: la storia di un libro li attiva in quel bacio galeotto per identificazione. Ma ancora, le storie di cui è composto il Decamerone, capaci di creare un mondo alternativo al reale pandemico, che fanno indossare desideri e drammi ai giovani creatori di novelle. Le Mille e una Notte. Cent’anni di Solitudine. I racconti di Terramare.

Tutti i personaggi che compongono questo atlante di narrazioni hanno in comune una cosa importantissima: prendono implicitamente o esplicitamente vita nella fantasia creata dal mondo reale. Significa che tutte queste storie, tutti questi mondi straordinari avranno pezzi di realtà dentro e questi pezzi, queste tracce restano in noi come solchi impercettibili.

Forse potremmo chiederci se costruire narrazioni sia culturale o innato, come suggerisce Henrietta Moore quando parla di Altro come soggetto e come oggetto, ma il fatto è che raccontare storie è quello che facciamo ogni giorno della nostra vita. Ma ancora di più, ogni giorno il cervello ci permette di immedesimarci ed empatizzare – anche se le storie non sono vere – con narrazioni create a tavolino.

Queste storie attivano la trasmissione inconscia che agisce sui centri di identificazione – codificazione – deposito che sono gli stessi dei comportamenti involontari, delle abitudini e delle consuetudini. Cosa significa, in questo contesto, la riproduzione seriale?

Partiamo da un punto stabile. La complessità strutturale di un film permette la riproduzione nello spazio e nel tempo di una storia allargando la copertura organica dell’immedesimazione, quindi grazie al supporto dell’immagine avrò un perimetro più rigido ma anche più immediato di immedesimazione e identificazione: quel personaggio mi somiglia fisicamente, caratterialmente, emotivamente. Accade lo stesso, per esempio, con le graphic novel e con i libri illustrati per bambini, tanto che proprio su questo processo di apprendimento per identificazione si basa la funzione didattica di queste produzioni. È chiaro che in un contesto molto visivo, il romanzo assume la forma di un albero privo di contorni avvolto nella nebbia perché la sovrapposizione tra scrittore e personaggio non viene agevolata da una componente visuale che sancisce un perimetro, anche se illusorio il più delle volte.

Capite, però, che l’identificazione generata dalla rappresentazione visuale diventa super potente se inseriamo la variabile della ripetizione. La serialità televisiva, infatti, col suo tempo di esposizione al prodotto è in grado di far scaturire familiarizzazione con personaggi e vicende ma addirittura modificare la costruzione della propria identità per contrasto o per assimilazione. Ora la mia domanda per voi è: cosa accade reciprocamente tra reale e mondo immaginario in questo piano di ripetizione che crea familiarità e abitudine? Chi modifica chi?

Nel passaggio inconsapevole tra identificazione e assimilazione, quale mondo prende dall’altro? Che conseguenze ha questo sulla nostra vita e sul nostro stigma?

E qua torniamo alla domanda iniziale facendo un giro lungo ma necessario: cosa fa il sapere/potere occidentale quando scrive dell’Altro? Beh, fino a pochissimo tempo fa quello che facevano i primi conquistadores nei loro diari di bordo: parlare per loro, sopra di loro, nonostante loro. Esiste un saggio bellissimo, Le langage altéré. La prole de la possédée, che racconta questa possessione spiritica di massa delle monache di Loudon e pone una domanda semplicissima: ma se le monache sono il mezzo attraverso cui i demoni si esprimono, esiste un discorso delle possedute? Ed eccoci, quindi, alla rappresentazione contemporanea di una possessione in cui palchi e microfoni sono occupati dalle stesse persone, principalmente uomini, totalmente bianchi, per lo più abili, certamente magri.

E tutto sarebbe rimasto così se non ci fosse stato quello che identifichiamo come cultural turn nelle scienze umanistiche, cioè quella finestra tra la metà degli anni 70 e l’inizio dei 90, in cui si sono avviate enormi conversazioni e rivisto tante argomentazioni alla luce delle militanze femministe e all’avveramento della struttura di potere patriarcale che sorregge l’intero sistema Occidentale. Ad esse si sono aggiunti i movimenti del black feminism americano e dall’attivismo lgbtqia+ che hanno preteso e aperto quell’enorme conversazione tutt’oggi in corso: la rappresentazione realistica, non stereotipata o stigmatizzante degli Altr3 è possibile, cambiando le stanze della scrittura, condividendo i palchi, passando il microfono. L’esperienza di vita miscelata alla competenza di saperla spiegare, razionalizzare e rendere strumento nelle mani di molti che a loro volta possono innescare lo stesso sanissimo meccanismo è la risorsa fondamentale di questa nuova fase. Le dinamiche di potere, in questo modo, si sgretolano portando in alto la presenza rappresentativa di tutti i corpi e prendendo le distanze dalla performatività ad ogni costo, homo homini lupus, quel desiderio atavico di prevaricazione e di appropriazione che crea la sindrome della Favorita, quella con più palchi e più microfoni in un’eterna e inutile diatriba tra numeri e etichette che distolgono l’attenzione dal valore della Parola come discorso, appunto. Se volessimo fare le persone accademiche diremmo che si sta uscendo dal teatro bianco di Goffman per entrare nel mondo dei Molti Corpi di Butler. E in questo passaggio, cinque minuti alla volta, si ritorna allo strumento più vecchio e potente del mondo: raccontare storie, raccontare la mia storia.

Del resto, c’era una volta una bambina su un divano azzurro.

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