di Francesco Marino, giornalista, esperto di cultura digitale
Circa 120.000 account disattivati, solo negli Stati Uniti, in pochi giorni. È l’effetto su X (quello che prima chiamavamo Twitter) del risultato delle elezioni statunitensi, che hanno visto la vittoria e il conseguente ritorno dell’ex Presidente Donald Trump.
Una vittoria che molti hanno ricondotto all’impegno diretto di Elon Musk, il proprietario di X. Che, a partire dall’inizio di quest’anno, e ancor di più dopo l’endorsement ufficiale a Trump, ha trasformato la piattaforma in uno spazio di propaganda per la destra statunitense.
Una parte di questi utenti – e tanti altri – sono approdati su Bluesky, quello che oggi è forse il social network più di moda del momento. La piattaforma, fondata dall’ex proprietario di Twitter Jack Dorsey, ha superato in queste settimane quota 20 milioni di utenti.
L’esodo da X e la ricerca di un’alternativa raccontano una storia interessante, sui social media e sulle società che abitiamo. Ma per raccontarla, bisogna partire dall’inizio.
Come TikTok ha cambiato i social media
C’è un momento preciso in cui i social media – e Internet – cambiano.
È in verità un periodo piuttosto lungo, ma se uno volesse provare a individuare una data potrebbe essere il 2 agosto del 2018. È il momento in cui, dopo l’acquisto di Musicall.ly, un’azienda cinese, Bytedance, fonda un nuovo social network. Si chiama TikTok e, proprio come Musicall.ly, si rivolge a un target di adolescenti a partire da video brevi, lip-syncing e balletti.
Gli adolescenti, i balletti, sono il fumo negli occhi che, almeno in un primo momento, impedisce di comprendere la vera natura della rivelazione di TikTok. Che ha che fare con una precisa visione, politica e tecnologica, del suo fondatore, Zhang Yiming.
Yiming è un uomo abbastanza semplice, figlio della media borghesia cinese. È un nerd, direbbe qualcuno. Ha la passione e la volontà di lavorare nel mondo della tecnologia: ci riesce, in modi diversi. A un certo punto ha un’intuizione: Internet è piena di contenuti, di ogni genere. Ma è difficile trovarli, a meno che non si faccia una ricerca specifica.
E allora fonda Jinri Toutiao, un sito di news in cui è un sistema di intelligenza artificiale a suggerire all’utente gli articoli più adatti. C’è un algoritmo che analizza i comportamenti dei lettori e delle lettrici, dal tempo che trascorrono sugli articoli fino alla tipologia di informazioni in base al momento della giornata. In Cina, Toutiao è un successo ed è l’infrastruttura su cui si fonda quella che, qualche anno dopo, diventerà il vero prodotto di punta di ByteDance: TikTok.
Quest’ultimo, se uno volesse farla breve, fa esattamente quello che fa Toutiao, ma con i video, che chiunque può editare e pubblicare.
È una trasformazione, nelle modalità stesse con cui ci relazioniamo al web, adottata poi da tutti i social media (i Reels, la sezione ‘Per te’ di Threads o di X). L’utente non è più al centro del processo, non ha più un ruolo attivo nel selezionare i contenuti e le fonti che vuole vedere.
Al centro, c’è l’algoritmo. Una formula segreta attraverso cui le aziende tech selezionano le porzioni di mondo a cui accediamo ogni giorno.
Da Meta a X: la politica degli algoritmi
Cambio di scena.
Marzo 2024. Meta, la società dietro Facebook, Instagram e Whatsapp, annuncia la volontà di limitare i discorsi di natura politica sulle piattaforme di sua proprietà. Nel giro di pochi mesi, la mossa diventa un’impostazione predefinita in tutto il mondo: i contenuti politici pubblicati da account non seguiti dall’utente smettono di essere suggeriti dall’algoritmo.
Nel giro di qualche mese, secondo un’analisi di Accountable Tech, le visualizzazioni, in particolare degli account di area progressista, calano in media del 65%. Ma quando un tema o un account sono politici?
La definizione è piuttosto vaga e sembra includere anche argomenti di impegno sociale. O, addirittura, identità personali, che diventano politiche perché sono oggetto di dibattito. Secondo un articolo pubblicato dal Washington Post, a essere penalizzati maggiormente dalla nuova impostazione di Instagram, oltre a giornalisti e giornaliste indipendenti, sono creator donne, neri/e, disabili e appartenenti alla comunità LGBTQ+.
Altro cambio di scena.
13 luglio 2024.
È la data dell’endorsement ufficiale di Elon Musk a Donald Trump. È il momento che dà il via alla carriera politica del proprietario di Tesla e Space X fino all’ingresso, dopo le elezioni del 5 novembre, nel Governo del Presidente eletto, come leader del Department of Government Efficiency.
Ma il 13 luglio è una data interessante anche per il mondo dei social media. Secondo uno studio dell’australiana University of Queensland, è il momento in cui l’algoritmo di X si aggiorna per favorire la corsa verso la Casa Bianca di Donald Trump. È il momento, in altre parole, in cui nella home page di quello che un tempo si chiamava Twitter iniziano a comparire con maggiore frequenza i post di Elon Musk. Secondo i dati raccolti, le visualizzazioni aumentano del 134%, le condivisioni quasi del 240%.
X, quello che un tempo chiamavamo Twitter, diventa uno spazio ben definito, in cui anche volendo è difficile non vedere post che rispecchino la visione del mondo della destra internazionale rappresentata da Musk e Trump.
I social media sono la nuova televisione?
Sono due storie che raccontano un cambiamento: mai come oggi i social media sono spazi centralizzati. Il modello TikTok, pur aumentando le possibilità per il singolo utente di raggiungere un numero imprevedibile di persone, accentra il controllo delle informazioni.
È un po’ come la televisione: il palinsesto lo fa l’azienda, anche se i contenuti possono essere prodotti e pubblicati da chiunque.
Ed è un potere enorme, in un momento in cui i social media rappresentano il principale spazio di accesso alla realtà per un numero molto ampio di persone. Solo nel nostro Paese, secondo l’ultimo Rapporto Censis relativo al 2023, più della metà della popolazione si informa su diversi social network, da Facebook a Instagram, fino a TikTok.
Non è un dato neutro. Secondo un libro dello studioso americano Neal Postman, “Divertirsi da morire”, le abitudini mediali che abbiamo determinano anche la nostra capacità di capire cosa è vero. In altre parole, ciò che è espresso in un linguaggio che frequentiamo, che ci sembra comprensibile, ci sembra più vero, più affidabile, più degno della nostra fiducia.
E se la mettiamo così, in effetti diventa molto pericoloso che un processo così delicato sia in mano a poche aziende.
Le alternative: da Bluesky…
In questo contesto, le analisi sono state tante. C’è chi ha detto che alla sinistra – americana e non – serve un Elon Musk o un commentatore polarizzante come Joe Rogan: qualcuno, insomma, in grado di sfruttare gli algoritmi e l’ecosistema informativo in cui viviamo a vantaggio delle idee progressiste.
In un articolo comparso sul New York Times, gli influencer democratici che hanno sostenuto Kamala Harris hanno evidenziato il bisogno di creare una rete strutturata e finanziata per competere con il sofisticato ecosistema mediatico costruito dalla destra. Un esempio è Turning Point USA, che ha incubato oltre 350 influencer di destra, non solo offrono supporto finanziario e logistico, ma coltivano figure che oggi siedono nel Congresso, come Anna Paulina Luna. Questo modello, basato su investimenti di lungo termine in talenti emergenti, ha dimostrato di essere un’arma potente per plasmare il dibattito culturale e politico.
Dopo la sconfitta di Harris, iniziative come Chorus stanno cercando di unire creatori progressisti per sfidare il predominio conservatore nell’economia dell’attenzione, offrendo risorse e supporto. Tuttavia, ad oggi i Democratici non sembrano pronti a sostenere questo genere di azioni. La campagna di Harris ha investito meno dell’1% del budget sui creator. Risorse e finanziamenti, tra l’altro, ulteriormente ridotti dopo le elezioni.
Altri, invece, hanno immaginato una soluzione diversa. Uscire da X, abbandonare quel social network – che però, per struttura, non è diverso da altri -, per sbarcare, per la maggior parte su Bluesky, che, come segnalavamo in apertura, ha avuto un enorme successo di pubblico dopo le elezioni, negli Stati Uniti e in tutto il mondo.
Questa controparte di X è un’alternativa culturale interessante, fondata sulla scelta. È un social media testuale del tutto simile a Twitter, in cui però l’utente torna al centro: una parte fondamentale di quello che si vede su Bluesky è frutto di scelte precise.

La cosa più interessante è la possibilità di determinare il modo in cui è organizzato il proprio feed. Insomma, non per forza quello predefinito, come su Instagram o TikTok. Si possono vedere gli aggiornamenti in ordine cronologico degli utenti seguiti oppure selezionare il feed che più si preferisce.
C’è una specie di App Store, in cui si possono selezionare quelli preferiti: alcuni sono simili a liste divise per temi, altri operano una selezione simile a quella degli algoritmi delle piattaforme, ma magari con criteri diversi. Ce ne sono tanti, da quello in cui si vedono solo immagini di gatti a quello che seleziona solo post su libri.
L’approccio è simile per quello che riguarda la moderazione dei contenuti. C’è un team dedicato – e quindi una moderazione unica sulla piattaforma – ma ogni utente può selezionare il grado di esposizione a contenuti di nudo, violenti o potenzialmente pericolosi. Esistono anche delle liste di blocco, che permettono di non vedere più aggiornamenti da gruppi specifici di account.
…alla costruzione di spazi collettivi alternativi
In un articolo recente comparso sulla New York Review of Books, Zadie Smith parla di un libro di Charlotte Beradt, “Il Terzo Reich dei Sogni”. È un libro particolare: una raccolta di sogni di persone che hanno vissuto durante la dittatura nazista. Sogni diversi, di ogni genere, da muri delle case che scompaiono fino alla difficoltà ad alzare il braccio davanti a un gerarca.
Questi sogni sono legati da un filo comune: un inconscio fabbricato dalla propaganda. Una macchina che in tedesco si chiama Gleichschaltung, e che in italiano si potrebbe tradurre con “sincronizzare”, nel senso di imporre una conformità obbligatoria.
Per Smith, è l’algoritmo la Gleichschaltung degli ultimi vent’anni. E la differenza tra destra e sinistra sta nella capacità di interpretare questo cambiamento, nell’adattarsi a nuove modalità di influenzare le persone, ad esempio, attraverso l’ecosistema costruito da Donald Trump ed Elon
Musk per la campagna elettorale. A sinistra, la sensazione dominante è stata quella di osservare un cambiamento che sembrava non riguardarci: gli effetti si vedono, ma appaiono sempre distanti, come se colpissero solo gli altri.
La soluzione che Smith propone non è nuova, ma cruciale: in un sistema politico-economico basato sull’attenzione, l’unica resistenza possibile è spostare quell’attenzione altrove. Scrive:
“In una società ipercapitalista, dove anche la nostra stessa attenzione viene monetizzata, noi stessi siamo il prodotto. Certo, ormai lo sanno tutti, anche i quattordicenni. Ma non nasconde forse questa realtà la possibilità di un atto di resistenza radicale e sorprendentemente semplice? Per danneggiare seriamente gli imperi miliardari costruiti sulla nostra attenzione e che ora manipolano le nostre democrazie? Per riuscirci oggi? Tutto quello che dovreste fare è distogliere lo sguardo. E dare così un nuovo significato alla parola woke”.
Complicato, ma necessario. Smith richiama Hannah Arendt: la “distruzione della pluralità” e la “solitudine negli spazi pubblici” sono i pilastri dei regimi totalitari.
Ricostruire significa riconoscere una cosa essenziale: uno spazio personalizzato dagli algoritmi non può mai sostituire comunità reali. Più che un Elon Musk o un Joe Rogan o un’altra piattaforma – pur interessante – come Bluesky, servono processi collettivi, in grado di ridare un senso e una visione del mondo che prescinda dalle dinamiche e dai modi in cui le piattaforme condizionano il modo in cui ci approcciamo alla realtà.
Serve una proposta politica, un orizzonte che permetta di immaginare un futuro alternativo a quello passatista proposto dalla destra internazionale. Per costruire quest’alternativa abbiamo bisogno di spazi comuni, fisici e simbolici, dove il confronto non sia mediato da logiche di engagement, ma orientato alla costruzione. Spazi, insomma, in cui le persone possano ritrovare l’esperienza del dialogo, non come consumo, ma come pratica di trasformazione reciproca.
Senza una dimensione collettiva, ogni tentativo di ricostruzione rischia di limitarsi a un’estetica del cambiamento, contenuto dopo contenuto.
Bibliografia
Brennan M., Attention Factory: The Story of TikTok and China’s ByteDance, Independently Published, 2020
Postman N., Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Luiss University Press, 2021